Morya Longo, Il Sole 24 Ore 31/12/2011, 31 dicembre 2011
I PARADOSSI DEI BOND, «SPIE» DELLA DEBOLEZZA UE - «I
titoli di Stato inglesi sono seduti sulla nitroglicerina». Un anno fa questa era la profezia del più grande e influente fondo obbligazionario al mondo, Pimco. E come si poteva dargli torto: in Gran Bretagna il bilancio dello Stato presentava un deficit spaventoso del 10,4% sul Pil. Il debito pubblico era gestibile (75% del Pil), ma gigantesco era il debito totale dell’economia inglese: sommando quello pubblico e quello privato, si arrivava a oltre cinque volte il Pil. Nitroglicerina pura. Eppure non è scoppiata. Nel 2011 i titoli di Stato inglesi hanno anzi registrato il migliore ritorno (inteso come il guadagno derivante dall’andamento del titolo e dal reinvestimento delle cedole) tra tutti i bond governativi dei 26 principali Paesi del mondo censiti da Bloomberg: chi avesse investito 100 sterline un anno fa sui titoli di Stato inglesi, oggi avrebbe 117 sterline in tasca.
Sembra un paradosso, ma nel 2011 non è stato l’unico. I T-Bond Usa hanno per esempio registrato il miglior ritorno (+9,6%) dal 2008: rally che, anche in questo caso, fa a pugni con la reale situazione del bilancio pubblico americano, zavorrato da un debito pari al 100% del Pil e da un deficit di bilancio dell’8,6% del Pil. Per non parlare del confronto tra Italia e Giappone: i BTp italiani hanno registrato la perdita maggiore dal 1992 (-5,7%) perché l’Italia ha un debito pubblico troppo elevato pari al 120% del Pil, mentre i titoli di Stato giapponesi hanno guadagnato il 2,1% sebbene lo Stato nipponico sia seduto su un debito pubblico ben maggiore (233% del Pil).
Perché? Perché avere un debito enorme pesa solo se ci si chiama Italia e non se ci si chiama Giappone o Stati Uniti? La risposta dei mercati è una sola: perché l’Italia è in Europa. E l’Europa, nel 2011, ha dato il peggio di sè: ha dimostrato di non sapere prendere le decisioni giuste al momento giusto e ha dimostrato di avere talmente tanti vincoli auto-imposti da rendere la crescita economica più difficile che altrove. Il rallentamento è globale (tanto che le materie prime nel 2011 hanno registrato la peggior performance dal 2008), ma il Vecchio continente mostra i maggiori segnali di impotenza. Insomma: l’Unione europea con le sue battaglie politiche, con il suo immobilismo, con le sue norme contradditorie e con il suo tentativo di risolvere la crisi senza pagarne il conto sta strozzando se stessa. E la speculazione ci gioca sopra.
Mentre in Europa si invoca un bazooka per salvare l’euro, Stati Uniti, Gran Bretagna e Giappone l’hanno azionato già da tempo. I mercati, nel 2011, hanno indicato ai leader europei l’unica strada da imboccare: chiedono che venga veramente unificata l’Europa (partendo dalle politiche di bilancio), e che nel frattempo venga creata una rete di salvataggio vera (con una dotazione adeguata) per arginare la sfiducia. Le performance dei titoli di Stato, nel 2011, lo dicono chiaramente. Chissà se quelle del 2012 racconteranno come sia stata trovata la soluzione...