Antonella Olivieri, il Fatto Quotidiano 31/12/2011, 31 dicembre 2011
L’ANNO NERO DELLE BORSE: NEANCHE I BRIC SI SALVANO
Piazza Affari archivia il 2011 con una delle peggiori performance nel panorama continentale: -24,6% l’indice Ftse All-Share e qualcosa come 100 miliardi di capitalizzazione andata in fumo. A far sbandare il listino sono state, in particolare, le banche. Intuitivo nell’anno nero del debito sovrano, e "scientificamente" provato. Il credito pesa tantissimo sulla Borsa italiana, il 18%, e quest’anno ha perso oltre il 45%, rendendosi responsabile di quasi la metà del rosso dell’indice. Peggio hanno fatto solo il real estate (-56,5%) e i media (-49,6%), che però pesano poco e hanno inciso solo marginalmente sulla performance generale.
Nessun settore è riuscito a restare a galla: in termini relativi, ha limitato i danni il comparto oil & gas (-4,5%), che è anche il più pesante, rappresentando il 25,3% della capitalizzazione flottante del listino. Degli altri principali settori, le utilities (peso 17,4%) si sono confermate più "difensive" – sempre in termini relativi – cedendo il 15,3%, un po’ meglio le tlc, che hanno un peso del 5,1%, e che hanno lasciato in campo il 14,2% del valore di inizio anno. Poco meglio dell’indice hanno fatto gli assicurativi (9,1% il peso) con una performance negativa del 21,5%, mentre l’auto (dieci titoli che rappresentano il 2,2%) ha fatto marcia indietro con un crollo del 37,1%.
Anche le piccole soffrono
Come già nella crisi finanziaria del 2008, quando si vende, si vende tutto. Le small e mid cap, infatti, nel 2011 sono scese come e più delle blue chip. Mentre l’Ftse Mib, l’indice dei 40 principali titoli di Piazza Affari, ha perso il 25,5%, le società di medie dimensioni hanno ceduto un punto in più, il 26,5% e le piccole il 34,4%. Delle Pmi, se la sono cavata meglio solo quelle del segmento Star, dove sono ammesse solo le società con requisiti più elevati, che hanno perso il 19,1%. Insomma, le vendite non hanno risparmiato nessuno: l’unica differenza è che le quotate di minori dimensioni sono molto meno volatili.
Guardando indietro, tutto sommato, Piazza Affari ha tenuto meglio rispetto al 2008, l’anno funestato dai subprime e dal fallimento di Lehman Bros (ai tempi, la quarta banca d’affari Usa), quando le perdite per tutti gli indicatori avevano sfiorato il 50%. Magra consolazione, perchè potrebbe stare a significare che l’Orso ha ancora strada da percorrere.
La "Borsa" resta Wall Street
La crisi partorita dalla finanza americana è poi esplosa nel cuore dell’eurozona. Ma le Borse ne hanno riflesso un’immagine deformata. Se la Grecia – il primo Paese della moneta unica a finire davvero sull’orlo del default – è con un -60%, come logico, in coda per total return (il rendimento complessivo per l’investitore, comprensivo dei dividendi) nella classifica mondiale, Wall Street, apparentemente, si è già scordata del passato. Con il listino in pari (secondo gli indici globali dell’Ftse), le società americane sono le uniche ad aver consentito un ritorno, seppur marginale, positivo dell’1,6%. L’unico altro mercato azionario che non è affondato – sul totale dei 26 principali listini considerati nel paniere dell’Ftse Global All Cap – è curiosamente l’Irlanda, che pure è stata tra i primi Paesi dell’eurozona a entrare in crisi: +1,5% il "rendimento" complessivo. L’altra sorpresa è che tra le pecore nere è finita anche Vienna, meglio solo di Atene, con un total return negativo del 33%.
Nel panorama internazionale è stato sfatato il mito che la crisi dell’Occidente non riguardi gli emergenti. In Borsa l’assioma si è rivelato falso, tant’è che l’Italia (total return -22%) si ritrova in buona compagnia, quasi alla pari di Russia (-21,4%) e Hong Kong (-19,8%) e addirittura davanti all’India, che ha prodotto un ritorno complessivo per l’investitore azionario negativo del 25,5%. Deludente in generale tutti i Bric, col Brasile a -11,5% e la Cina a -18,4%. In alcuni casi l’apprezzamento delle valute ha penalizzato l’export, ma la verità è che nessuno può davvero contare solo sulle proprie forze. Si dice che il mercato "anticipa": se è così, e persino gli emergenti frenano, vuol dire che per uscire dalla crisi la soluzione non potrà che essere "globale".