Riccardo Sorrentino, Il Sole 24 Ore 31/12/2011, 31 dicembre 2011
EURO, SEI ANNI D’ORO E UN BRUSCO RISVEGLIO
Una grande stabilità, poi una grande incertezza. È questa, in poche parole, la storia dei dieci anni di unione monetaria vera, completa. Dal ’99 alla fine del 2001, l’euro è infatti servito solo per le transazioni finanziarie, appariva su scontrini e ricevute, ma non era entrato nelle nostre vite. È solo da inizio 2002 - un decennio, appunto - che le banconote compaiono nei portafogli.
Se questo anniversario non può avere il valore simbolico di quello del 2009 è proprio adesso però che occorre davvero fare un bilancio di cosa sia stata la nostra vita economica negli ultimi anni: anche perché ora qualcosa sembra cominciare ad andare storto. Due errori vanno però evitati, nel fare questo esercizio: sottolineare troppo le divergenze reali tra i Paesi membri, non certo inferiori a quelle interne degli Usa; o usare come metro di giudizio le aspettative irrealistiche alimentate dalla politica.
Stabilità monetaria
L’Unione è monetaria, e così va valutata. Da questo punto di vista non si può dire che le cose siano andate male, almeno fino a metà 2008. Fino ad allora, Eurolandia è riuscita a far crescere il reddito generato - il Pil nominale - a un ritmo costante, del 4% annuo: in sostanza un 2% medio di inflazione, un 2% medio di crescita.
È stato un risultato molto importante, un vero successo durato sei degli ultimi dieci anni. Non è stato solo il segno di una grande stabilità, sia reale che monetaria: se si pensa che il Pil nominale è l’insieme delle risorse che i cittadini hanno a disposizione per pagare i debiti, la rilevanza di questo aggregato e della sua stabilità, alla luce della cronaca ormai quotidiana, diventa evidente. Se poi si aggiunge che secondo alcuni economisti - il più delle volte, oltretutto, non "keynesiani" - l’andamento del Pil nominale può essere controllato dalla politica monetaria e dalla sua "gestione delle aspettative", si comprende quanto questo dato sia rilevante. Anche per quello che è accaduto dopo.
Lo shock del 2008
La stabilità è terminata, improvvisamente, a settembre del 2008. Cosa sia successo allora - in Eurolandia come altrove - è noto: a luglio il petrolio era salito fino a quota 146 dollari il barile, e solo questo rialzo ha avuto conseguenze pesanti. A settembre c’è poi stato il caso Lehman, e la "fuga dagli sportelli" nelle "banche ombra", non tra i piccoli risparmiatori ma tra i grandi investitori che si sono affrettati a ritirare il denaro prestato.
Soprattutto, la politica monetaria è diventata molto rigida. Più passivamente forse che per scelta. La Bce era intervenuta in modo massiccio nel 2007, alle prime turbolenze dei mercati finanziari, e aveva inondato il mercato - meno l’economia - di liquidità. A inizio 2008 aveva però ancora i tassi al 3% e a luglio - in una situazione che sembrava richiederlo - li ha portati al 3,25% (senza però che la base monetaria ne risentisse), mentre l’euro a livelli record restringeva ulteriormente le condizioni monetarie (e avrebbe continuato a farlo fino a gennaio 2010).
In quel caldo luglio non era ancora possibile capire cosa stava accadendo: la velocità degli scambi - la frequenza degli acquisti di beni e servizi, una misura dell’attività economica - dopo essere rimasta stabile a lungo, era iniziata a scivolare a giugno 2008, il mese prima, e avrebbe continuato a farlo per due anni, fino a giugno 2010 (quando ha trovato di nuovo un po’ di stabilità, a un livello più basso). Sarebbe stato opportuno forse "stampare" più denaro, come consigliava al Giappone il monetarista Milton Friedman nel 1997, e soprattutto creare le giuste aspettative. Non è accaduto.
Aspettative gelate
Le attese, molto potenti, hanno inciso molto. A giugno 2009, mentre l’inflazione core continuava a calare, la Bce ha annunciato, insieme al suo ultimo taglio che non avrebbe «mai», in nessun caso, portato i tassi sotto l’1%. Le aspettative di una politica monetaria che sostenesse fino in fondo la ripresa hanno iniziato allora a raffreddarsi. Ad agosto 2009, dopo una crescita tumultuosa che ha forse un po’ preoccupato i banchieri centrali, la massa monetaria (M1) ha cominciato a rallentare e sempre più bruscamente.
Le attese sono state poi gelate ad aprile 2011, quando la Bce si è sentita costretta ad alzare di nuovo il costo del denaro: da settembre 2010 l’inflazione "da offerta" e quella "da domanda", forse per la prima volta, si sommavano invece di compensarsi a vicenda. La quantità di moneta, però, si muoveva ormai a velocità minima, ben al di sotto della media di lungo periodo. La necessità di mantenere la rotta di fronte a una politica "impazzita" ha infine rafforzato l’idea di una Bce molto, molto rigida.
Una lenta ripresa
Questo non ha impedito al Pil nominale dell’Unione di riprendere a crescere, da fine 2009. Su un sentiero più basso però, e a un ritmo inferiore, pari al tre per cento annuo (2,5% in Italia). Nessuna sorpresa, allora, se i mercati pensano che Eurolandia avrà difficoltà a rimborsare i debiti che nel frattempo - almeno a livello pubblico - sono aumentati: da aprile 2008 a luglio 2009 il peso e l’apporto dei consumi statali al Pil sono rapidamente cresciuti (per poi calare da gennaio 2010).
La stabilità sembra tornata, quindi, anche se occorrerebbe un po’ di vivacità. Forse la Bce potrebbe davvero fare di più, ora che il caos fiscale sembra finito. Un contributo potrebbe anche giungere dall’economia reale. Per quella, oggi, occorre però guardare i singoli Paesi: allo spazio che offrono davvero all’innovazione e alla nascita di nuove iniziative, all’istruzione, alla concorrenza, alla certezza del diritto. La moneta, qui, c’entra relativamente poco.