Goffredo Pistelli, ItaliaOggi 31/12/2011, 31 dicembre 2011
FASSINO SFONDA IL PATTO DI STABILITÀ E CREA LO SCOMPIGLIO DENTRO IL PD
Un nuovo Franklin D. Roosvelt s’aggira per l’Italia, si chiama Piero Fassino. Il sindaco torinese infatti ha annunciato che non starà ai patti, quelli di stabilità, per fare «un’iniezione di liquidità nel sistema economico della città». Insomma, una violazione pilotata della legge (con inevitabile corollario di a vincoli, blocchi e riduzioni, incluse quelle della sua indennità e di quelle degli assessori) per lanciare un piccolo New Deal made in Turin.
Un democratico italiano sulle orme del grande democratico americano che fronteggiò la grande depressione a colpi di opere pubbliche.
Fassino ha annunciato la decisione alla stampa prima che al suo partito e agli alleati di governo, col risultato che nel Pd sono imbarazzati e gli alleati furibondi. «Oltre a difendere i servizi per i cittadini, versiamo 450 milioni di euro a imprese e fornitori»; secondo il sindaco una mossa necessaria «per non mettere in ginocchio l’economia della città». Mossa che è piaciuta moltissimo ai sindacati (nota plaudente di segretario cislino Nanni Tosco), alle cooperative di Federsolidarietà, grandi creditrici municipali nell’area dei servizi essenziali.
Esaltati, ovviamente, anche gli industriali: «Ben venga questa scelta fatta da un sindaco che ha molta visibilità nazionale», ha detto Alessandro Cherio, presidente del Collegio costruttori, ricordando come la metà del fatturato dei proprio associati derivi dalle opere pubbliche, mentre Giuseppe Gherzi, numero uno dell’Unione industriali, ha detto di «apprezzare il coraggio» del sindaco.
Meno entusiasti i commenti della maggioranza di centrosinistra che sostiene la giunta e che hanno appreso della decisione dall’eco della conferenza stampa tenuta dal sindaco a Palazzo comunale. Voci, rimbalzi, anticipazioni attraverso cui qualche assessore ha saputo, tra l’altro, di dover rinunciare al 10% dello stipendio e i consiglieri di accontentarsi al massimo di un ventesimo di quello che guadagnerà il sindaco.
Vendoliani e dipietristi, come in un remake della foto di Vasto ma senza Pier Luigi Bersani, hanno diramato una nota congiunta, prassi d’altri tempi e che misura il livello di tensione interno allo schieramento. «È preoccupante la modalità con la quale decisioni di così ampia portata vengano prese», vi si poteva leggere, «la mancanza di collegialità e informazione rischiano di minare i rapporti in seno alla maggioranza». Durissima la chiusa: «O si cambia rotta o il sindaco più che dal patto di stabilità rischia di uscire dalla sua maggioranza».
La decisione di Fassino ha messo in subbuglio anche il suo partito che in una nota piuttosto imbarazzata, firmata da Stefano Lorusso, capogruppo in consiglio, e Paola Bregantini, segretario cittadino, ha avuto parole di comprensione per la scelta, definita «inevitabile» ma ha anche chiesto a sindaco e giunta «una maggiore concertazione».
L’ex-segreterio dei Ds non è parso dare molto peso né alle levate di scudi degli alleati, né alle suppliche di compagni di partito. In un’intervista alla cronaca torinese de La Stampa ha rivendicato ieri il beau geste, con una certa drammatica solennità, dicendo che «a forza di tagliare siamo arrivati all’osso. Ma io l’osso non lo incido».
Per la verità di polpa ce ne sarebbe ancora e non poca: col 38% della Sagat Spa, infatti Fassino è il primo azionista della società che gestisce l’aeroporto di Torino Caselle e che controlla la società di quello fiorentino; mentre attraverso la Finanziaria Sviluppo Utilities, il sindaco è il principale azionista (assieme alla collega genovese Marta Vincenzi) del gruppo Iren, una delle più grandi multiutility luce-gas-acqua d’Italia con 3,13 miliardi di fatturato. Ci sono poi 24 le aziende controllate o partecipate, che si occupano dai cimiteri agli incubatori, dalla promozione del centro commerciale naturale di Borgo Dora, ai rifiuti. Sarà pure all’osso, il municipio torinese ma è certamente l’osso di un comune-imprenditore
A Milano un altro sindaco di centrosinistra, vendoliano per giunta, come Giuliano Pisapia, s’è fatto meno problemi e ha venduto una bella quota di Sea, la società che gestisce gli scali di Linate e Malpensa.