Michele Arnese, ItaliaOggi 30/12/2011, 30 dicembre 2011
Spesa per interessi a 97,7 miliardi – Prime stime sul maggior costo del debito pubblico italiano a causa dell’incremento dei tassi dei dei titoli di stato
Spesa per interessi a 97,7 miliardi – Prime stime sul maggior costo del debito pubblico italiano a causa dell’incremento dei tassi dei dei titoli di stato. A preoccupare è sempre lo spread, cioè la differenza dei rendimenti fra i nostri Btp decennali e i Bund tedeschi, salito ieri fino a 522 punti base. A smorzare il pessimismo, comunque, è uno studio della Bri, la Banca dei regolamenti internazionali diretta da Jaime Caruana scritto da Nicholas Vause e Goetz von Peter. I due economisti si sono chiesti se un prolungato periodo di turbolenza nei mercati obbligazionari possa sfociare in una crisi di finanziamento nel terzo mercato dei titoli di Stato al mondo: il mercato italiano dei titoli di Stato è il terzo per dimensioni dopo quelli di Giappone e Stati Uniti. «Tuttavia», scrivono i due tecnici della Bri, «semplici simulazioni dei costi per il servizio del debito pubblico italiano in diversi scenari relativi alla curva dei rendimenti indicano che l’Italia dovrebbe essere in grado di sostenere rendimenti elevati per un certo tempo, a condizione di mantenere l’accesso al mercato». Considerata la vita residua media relativamente lunga del debito italiano (7 anni), «occorrerebbe molto tempo prima che i rendimenti elevati si traducessero in costi aggiuntivi significativi per il servizio del debito». Se la curva dei rendimenti osservata il 9 novembre si mantenesse per tutto il 2012, il costo annuale aggiuntivo ammonterebbe allo 0,95% del Pil del 2010. «Anche lo scenario più pessimistico utilizzato nella simulazione dovrebbe perdurare per almeno tre anni perché i costi aggiuntivi annuali superino il 2% del Pil», si legge nel paper di Vause e von Peter. Giungono a diverse conclusioni, sulla base di differenti simulazioni, gli economisti di Confindustria che hanno elaborato l’ultimo Scenario economico: l’aumento del rendimento dei titoli di Stato italiani registrato fino a novembre (7,3% il Btp a 10 anni, da 4,7% a giugno e 4,0% nel 2010) impatta sull’economia attraverso due canali, ricordano. Primo, fa crescere il costo della raccolta bancaria. Questo incremento a sua volta viene scaricato sui tassi di interesse pagati da imprese e famiglie sui prestiti a loro erogati e quindi frena la spesa per investimenti e per consumi. Secondo, accresce la spesa per interessi sul debito pubblico: «Ciò determina, a parità di altre condizioni, un peggioramento del deficit e impone, quindi, la necessità di ulteriori interventi correttivi che impattano negativamente sul pil». Il centro studi di Confindustria capitanato da Luca Paolazzi ha simulato gli effetti su costo della raccolta e oneri per interessi sul debito pubblico nell’ipotesi di rendimenti dei titoli di Stato italiani attestati sugli elevati livelli di fine novembre: «In tali condizioni», si legge, «salirebbe rapidamente il rendimento che le banche devono offrire sulle emissioni obbligazionarie». A cascata, il maggior costo della raccolta bancaria (sospinto anche dalla concorrenza effettuata ai depositi bancari dai più alti rendimenti offerti dai Bot) «farebbe aumentare vertiginosamente i tassi chiesti alle imprese italiane: 6,0% nel 2012 e 7,0% nel 2013». Il prossimo anno tassi al 6% «determinerebbero una maggiore spesa per interessi a carico delle imprese, pari a oltre 14 miliardi di euro». «Sono calcoli prudenziali e si tratterebbe in molti casi di livelli puramente teorici, in quanto troppo elevati per permettere l’incontro tra domanda e offerta di credito». Comunque «il rendimento elevato del Btp fa aumentare più gradualmente il costo medio del debito pubblico: 5,1% nel 2012 e 5,6% nel 2013 (da 4,2% nel 2011). Ciò produce un incremento della spesa per interessi a 97,7 miliardi nel 2012 e a 108,7 nel 2013». Con un aggravio quindi di 11,9 miliardi nel primo anno rispetto alle previsioni di settembre del governo, che diventano 17,9 miliardi nel secondo anno. L’impatto è graduale, scrivono gli economisti di viale dell’Astronomia, perché ogni anno viene rinnovato un quinto dello stock dei titoli di Stato italiani e solo questa quota incorpora i tassi più elevati.