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 2011  dicembre 29 Giovedì calendario

I 10 MAGGIORI CRAC DEL DECENNIO

L’American Airlines, che ha portato i libri in tribunale il 29 novembre, con un patrimonio stimato in 2,45 miliardi di dollari e oltre 78 mila dipendenti, è una delle più grosse aziende a fallire della storia recente. Ma per quanto grossa eviterà di figurare nella graduatoria negativa delle dieci più grandi bancarotte della storia americana.
Stilata dal Wall Street Journal, in base alla dimensione patrimoniale al momento del crac, la classifica è composta di fatto solo da fallimenti avvenuti dopo il 2000, e le aziende coinvolte afferiscono tutte a tre settori: finanza, energia e auto.
In testa alla classifica c’è la Lehman Brothers, fallita nel 2008, con asset per 691 miliardi di dollari (528,8 miliardi di euro). Segue, con meno di metà degli asset della Lehman, la banca Washington Mutual (2008), e poi nell’ordine WorldCom (2002), General Motors (2009), Citigroup (2009), Enron (2001), Conseco (2002), MF Global (2011), Chrysler (2009), Thornburg Mortgage (2009) e Pacific Gas & Electric (2001).
Aprì il millennio la Enron, il gigante dell’energia travolto nel 2001 da uno scandalo che ne fece il campione negativo per pratiche contabili fraudolente. Sesto crac della classifica del Wsj, Enron arrivava perfino a tagliare la corrente per riuscire a manipolare i prezzi. È stata liquidata.
Al fallimento della Enron seguì quello della Pacific Gas & Electric company, la più grossa azienda di servizi pubblici della California, che fu al centro della crisi dell’energia elettrica del 2000-2001, dimostrandosi incapace sia di prevenire continui e prolungati blackout sia di contenere i prezzi. La colpa del disastro fu attribuita alla deregulation dell’industria energetica attuata dallo stato della California nel 1996.
Nel 2002, portò i libri in tribunale la WorldCom, colosso delle telecomunicazioni, che aveva condiviso all’inizio degli anni Duemila la contabilità creativa di Enron e Tyco. L’amministratore delegato Bernie Ebbers fu arrestato per quella che fu definita allora «la più grande frode aziendale della storia degli Usa». Tuttavia nel 2004 la WorldCom lasciò il girone infernale, cambiò nome e nel 2005 fu acquistata dalla Verizon.
Intanto, sempre nel 2002 aveva dichiarato bancarotta la Conseco, azienda assicurativa e finanziaria che negli anni 90 aveva fatto scalate aggressive a numerose aziende. Particolarmente sconsiderato, a lungo termine, si era rivelato l’acquisto della Green Tree financial, finanziatrice di compravendite di case mobili. Anche la Conseco uscì presto dalla procedura fallimentare e si rimise in piedi.
Nel 2005 ci furono bancarotte minori (si fa per dire): quella dell’azienda di brocheraggio Refco e della fornitrice di energia integrata Calpine, rispettivamente del valore di 33,3 miliardi e 27,2 miliardi di dollari.
Nel 2008 avvenne il crac più grosso della storia, quello della Lehman Brothers holding. La Lehman era stata uno degli attori primari del mercato azionario e obbligazionario globale, con sede centrale a New York, sedi regionali a Londra e Tokyo e uffici in tutto il mondo. Nel settembre 2008, a seguito della fuga in massa della maggior parte dei suoi clienti, di perdite drastiche nei suoi titoli e della svalutazione del suo patrimonio da parte delle agenzie di rating, la Lehman chiese la protezione della legge sulla bancarotta. La banca britannica Barclays annunciò che avrebbe rilevato le sue divisioni bancarie e di investimenti in Nordamerica e l’edificio della sua sede di New York.
Meno di dieci giorni dopo portò i libri in tribunale la Washington Mutual, una holding cassa di risparmio e prestiti. Presto riprese le attività in forma ridimensionata, e già l’anno dopo iniziò una causa alla Fdic (Federal deposit insurance corporation), che aveva presieduto all’acquisizione delle sue attività bancarie da parte della JP Morgan, per avere indietro 13 miliardi di dollari, ovvero la differenza, secondo la WaMu, fra il prezzo reale di mercato e quello fissato dalla Fdic.
Ma fu il 2009 l’anno delle bancarotte più clamorose. Iniziò la banca Citigroup, travolta dalla stretta creditizia dopo un’espansione che molti analisti avevano giudicato destinata a fallire. Tuttavia, 38 giorni dopo, fu salvata dal programma noto come Tarp, Troubled assets relief program, un fondo statale che era stato predisposto dal governo Bush per acquistare beni e titoli di aziende in difficoltà.
Seguì la Thornburg Mortgage, finanziaria erogatrice di mutui, rimasta travolta dal crollo del mercato immobiliare e dalla stretta creditizia. La sua caduta dimostrò che la crisi andava ben al di là dei prestiti subprime, in quanto la Thornburg era «specializzata nei mutui al di sopra dei 417.000 dollari, a favore di clienti con buone credenziali». L’azienda è stata liquidata.
Infine, sempre del 2009 sono le più clamorose e coinvolgenti di tutte le bancarotte, quelle del settore auto. Quando la crisi finanziaria si allargò a tutta l’economia e minacciò di travolgere le fabbriche automobilistiche, il presidente Obama costrinse la Chrysler a dichiarare bancarotta. Al sindacato United automobile workers fu dato il controllo sull’azienda, che ebbe per azionisti di minoranza la Fiat e lo stesso governo federale Usa. A due anni dalla bancarotta, la Chrysler è tornata a fare utili.
Appena due mesi dopo, avviò la procedura per la bancarotta la General motors, il pilastro delle fabbriche americane d’auto. Già colpita da anni di vendite sempre più deboli, Gm è crollata sotto il peso della crisi finanziaria. È stata oggetto di salvataggio da parte dello stato, e i numeri delle vendite dello scorso novembre sono tenuemente positivi: +6,9%.
Il fallimento più recente, quello della MF Global, broker in commodity e derivati, guidata da Jon Corzine, ex funzionario Goldman Sachs, è stato formalizzato il 31 ottobre scorso. L’azienda, come certifica Business Insider, è da considerarsi «a oggi la più grossa vittima americana della crisi del debito europeo» e si stima che entrerà nella classifica dell’ignominia all’ottavo posto, subito prima della Chrysler.