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 2011  dicembre 29 Giovedì calendario

GIORGIO BOCCA ERA ITALIANISSIMO COME SORDI E BERLUSCONI


Giorgio Bocca, morendo, si guadagna i soliti necrologi retorici, come chiunque tolga il disturbo. Fin qui non è che uno tra tanti: due fiori, una prece e via, si passa oltre. Tuttavia (e questo non è da tutti) Bocca si è meritato anche un paio di necrologi al vetriolo. Gli hanno pesato il karma, trovandolo acciaccato, spergiuro e immeritevole, due colleghi coltelli, Giampaolo Pansa e Vittorio Feltri, i quali assicurano che il grande cronista politico, al prossimo giro di giostra, non si reincarnerà direttore di giornale né (tanto meno) Premio Pulitzer ma passacarte, ben che vada, nella redazione province.
Giampaolo Pansa lo commemora accusandolo praticamente di concorso esterno in brigatismo rosso per aver negato fino all’ultimo (anni ottanta del «secolo breve» inoltrati) l’esistenza del terrorismo di sinistra. Vittorio Feltri, molto più feroce, lo colpisce con la più tremenda delle accuse, dandogli cioè dell’«italiano». Bocca, la cui rubrica sull’Espresso (uscita fino al mese scorso) era intitolata «L’antitaliano», era invece italianissimo, come Silvio Berlusconi e Alberto Sordi, insinua perfidamente Feltri.
Italiani, com’è noto, sono sempre gli altri. Anche dare dell’italiano ai propri nemici è cosa notoriamente italianissima.
«I vecchi partiti parlamentari che avevano ricevuto il monopolio del governo esistono ormai solo solo sotto forma di cricche, ma gli stessi motivi che hanno privato queste cricche della forza necessaria per formare partiti tra loro differenziati, le privano anche della forza necessaria per unirsi. Nessuna epoca della storia parlamentare inglese è mai stata contrassegnata da un simile frazionamento in una massa di combriccole insignificanti e fortuite come l’epoca del governo di coalizione. (...) Troppo piccoli per formare una maggioranza parlamentare autonoma, sono troppo ampi e hanno al loro interno troppi cacciatori di cariche da accontentare per poter comprare all’esterno appoggi sufficienti» (Karl Marx, I partiti e le cricche, in K. Marx e F. Engels, Scritti 1854-1855, Edizioni Lotta Comunista 2011).
Un italiano su due, scrive Renato Mannheimer sul Corriere, è dell’idea che l’anno che viene farà rimpiangere quello passato. Non è difficile capire perché lo pensi, visto che persino le ministre piangono illustrando la manovra economica decretata dai «mercati» e dalla Bce. È invece impossibile capire perché l’altro italiano su due pensi che il 2012 sarà meglio del 2011.
Mezza Italia la vede dunque nera. Come la Lega, che non ha votato la fiducia a bin Loden e alla sua cellula clandestina di ministri extracomunitari. Per adesso, mentre le carte della politica cominciano a rimescolarsi, suggerendo al Cavaliere di smarcarsi dall’esecutivo e a Pierluigi Bersani di smarcarsi dal suo stesso partito, siamo nelle mani dell’altra metà, che gioisce incomprensibilmente delle disgrazie che ci sono toccate, e si scompiscia di lacrime.
C’è un’Italia che per svagarsi (avendo «nell’anima un novembre umido e stillante» come il protagonista di Moby Dick all’inizio della sua avventura nella baleneria metafisica) s’accoda a tutti i funerali che incontra.
È un’Italia con tre santi patroni: le alte cariche istituzionali. Giorgio Napolitano, Gianfranco Fini e Renato Schifani, gufando e scherzando ma soprattutto agitando mani benedicenti, piantonano l’Italia sotto tutela europea. Guai a chi bestemmia la manovra e i manovratori.
È un’Italia che deve rendersi simpatica ai mercati oppure sprofondare nelle acque come la perduta Atlantide. Mentre i primi due, il presidente della camera e quello della repubblica, hanno fatto da testimonial (per decenni) alle cause peggio perse del XX secolo, rinunciando al demonio dell’ideologia solo all’ultimissimo istante, è la prima volta che il presidente del senato si schiera con burocrazia e disumanesimo. Ma siamo certi che (applicandosi) ce la farà.
«Osservando il caso d’un uomo che ammiravo moltissimo, Lionel Robbins, non ho dubbi che un’esperienza col governo corrompa gli economisti. Il governo trasforma un economista in uno statista» (Friedrich von Hayek, Hayek su Hayek, a cura di S. Kresge e L. Wenar, Ponte Alle Grazie 1996).
«Mercati»: una parola da pronunciarsi scattando sull’attenti e sbattendo i tacchi (Berlusconi i tacchetti, Brunetta i trampoli). «Mercato», al singolare, è invece una parola di gran lunga meno stimata. È da pronunciare con una nota di disprezzo, à la Curzio Maltese, o con una smorfietta schifata, à la Lilli Gruber o à la Concita De Gregorio. Mentre i «mercati», cari a bin Loden, hanno cacciato il Cavaliere da Palazzo Chigi e dunque sono buoni per definizione, il «mercato» piace a liberali e liberisti, dunque è cattivo a prescindere.
«Il comunismo funziona coi bambini, perché appena nati sono tutti eguali, o tra soldati, che sono in eguale prossimità alla morte. L’unico comunismo sensato è il cameratismo tra chi è in eguaglianza di morire. Il fare tutti eguali nella cultura ha per effetto invece d’uccidere la libertà, tormentare i migliori che dovrebbero insegnare agli altri. Scrittori, cantanti, filosofi, prodotti a piacimento e per diritto d’uguaglianza: l’aberrazione di Marx, che il capitalismo compie. Identico esito distruttivo in economia, fingendo che tutti debbano possedere ugualmente, quando il loro principale possesso, ovvero l’io, è diverso, e implica, pertanto, varietà di destino. In ciò la Russia ha capito meglio. L’armata rossa ha colbacchi ornati con falce e martello. Prediligo i cappotti neri della flotta con cappello d’astrakan: le divise dell’impero di Mongo e di Gordon Flash» (Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio 2011).