Luigi Irdi, il Venerdì di Repubblica 30/12/2011, 30 dicembre 2011
NELLA RIVIERA DEL RIMORCHIO LA VALDOSTANA VALE PIÙ DELLA MILANESE
RIMINI. Bling bleng. Pausa pubblicità. Pausa per modo di dire perché lo spottone dura un quarto d’ora. Segue televendita di avveniristiche stufe senza fiamma né canna fumaria giusto prima del pezzo forte del palinsesto di Rete 8 Vga - TeleRimini, In zir par la Rumagna, conduttore Tiziano Arlotti. Sono lustri che Arlotti se ne va in giro per Rimini e dintorni con la telecamera e ha trovato anche il tempo di candidarsi alle primarie per il sindaco (battuto in finalissima dall’attuale primo cittadino Andrea Gnassi, del Pd) nonché, soprattutto, di scrivere un testo imperdibile sul cazzeggio romagnolo: Bar Casale, storie di briscole, caffè corretti e birri in calore. È inutile, non ci si può sottrarre. Il cazzeggio è una tassa fissa d’ingresso, una sorta di ecopass riminese come Federico Fellini, il Grand Hotel, Tonino Guerra in Valmarecchia, e la piadina allo squacquerone, così è meglio togliersi subito il pensiero. Converrà quindi ricordare che, nella narrazione di Arlotti, il rimorchio dei birri in gara prevede un punteggio a penalizzazione negativa per chi si porta a letto una bresciana, una bergamasca o una milanese, dato che sulle spiagge riminesi te le tirano dietro. Le romane valgono invece cinque punti, perché hanno la puzza sotto al naso, e la valdostana è ben considerata nel punteggio perché già solo a trovarne una e perdipiù disponibile ci vuole un bel lavoro. Pling plong. Pubblicità. «Vieni a ingozzarti di cozze e mazzancolle alla Darsena di Rimini, il luogo d’incontro ideale». Be’, grazie, la Darsena appartiene al costruttore bolognese Luigino Ferretti, proprietario anche di Rete 8 Vga - TeleRimini e anche del network 7 Gold. Un altro spot vagamente spudorato prima del tg della sera, in cui si annuncia mestamente che quest’anno niente festa di Capodanno in diretta tv nazionale perché non ci sono soldi. La Rai ne voleva troppi e il sindaco Gnassi, dopo otto anni di sbattimenti rock in piazza il 31 dicembre, ha detto no. Brutto colpo per i veri poteri che contano a Rimini, cioè tutti coloro (albergatori, bagnini, chioschisti e mosconai) variamente associati in confederazioni e congreghe che hanno a che fare con quella categoria dello spirito che qui tutto governa, come le leggi kantiane dell’anima, ovvero il Turismo. Il concetto in verità, spiega l’onnisciente Arlotti, va indossato come un cappottino double face. D’estate è turismo sulle spiagge che si chiamano Rivazzurra, Miramare, Marebello, Bellaria, Rivabella, e d’inverno si chiama «incontro». Quando cioè, come in questi giorni, sonnecchiano le festo- se insegne di agosto (Trocadero, Harmony, Trinidad, Amarcord Luana, Urania, Calypso) e sul lungomare l’aria è grigia, Rimini si ritira dietro la prima linea marittima degli alberghi nel ridotto della fiera e di due palazzi per congressi, l’ultimo dei quali a forma di conchiglia scagliata verso il cielo, per dar vita a convegni di mercanti e venditori, medici in vena di spassi notturni, politici ansiosi di far la pelle al segretario pro tempore del partito. Da giugno in poi ce n’è per tutti e da 145 mila abitanti si passa a mezzo milione con i giovani figli dei contadini e operai dell’entroterra che vengono a far la stagione in ristoranti discoteche e pescherie. Allora sì che saltano banco e regole. C’è perfino un magistrato un po’ temerario, il sostituto procuratore Stefano Celli, che di tanto in tanto, nella silenziosa disapprovazione del Comune che non vuole rotture di scatole, sequestra un manufatto abusivo sulla spiaggia, che il giorno dopo risorge come se niente fosse. Lo guardano come un marziano e lo chiamano «il terribile Celli». Ma che fa, sfida il Dio Turismo? L’anno scorso è rimasta memorabile la battaglia con un bar della riviera che sparava musica tecno a palla fino alle cinque del mattino. I vicini hanno pianto di gioia quando il giudice ha sequestrato l’impianto stereo. Il giorno dopo, quelli del bar ne avevano uno nuovo di zecca in perfetta forma. Nuovo sequestro. Nuovo impianto e così via. L’argomento ontologico che testimonia l’esistenza del Dio Turismo è però nell’onda di merda che con le piogge d’estate plana sulla battigia. Succede infatti che al primo acquazzone un po’ serio il depuratore delle acque nere, già provato dai trecentomila turisti stagionali, rischi l’esplosione e quindi l’amministrazione apra tutti i canali, che scaricano direttamente a mare le deiezioni degli spensierati vacanzieri. Così, per un paio di giorni, il tempo che il mare depuri il depurabile, negli stabilimenti attigui ai canali di scolo si rischia di nuotare in compagnia galleggiante. Naturalmente la polizia municipale affigge dei cartelli «Divieto di balneazione ». I cartelli in genere sono di dieci centimetri per dieci, scritti piccoli piccoli e comunque i bagnini li strappano all’istante per non turbare la serenità delle Frauen a mollo nella merda e disonorare il Dio Turismo. Perepè, perepè. Consigli per gli acquisti. «Cambia le tue vecchie finestre con nuovi infissi in Pvc. Vieni da noi a Sant’Arcangelo». E poi un’altra dose di In zir par la Rumagna del mitico Tiziano Arlotti. Che, appena è libero, con bici, telecamera e microfono si avventura in Valmarecchia risalendo il fiume che dagli stabilimenti industriali dell’immediato entroterra riminese porta ai boschi rossastri e alle rocche di San Leo e Pennabilli. Entroterra? «A noi non piace questa parola» dice il sindaco di Pennabilli Lorenzo Valenti. «Presuppone il punto di vista della riviera». Solo due anni fa si è conclusa una lunga guerra di posizione che ha permesso infine a sette comuni della Valmarecchia, con apposito referendum, di abbandonare l’odiata provincia di Pesaro e la regione Marche per entrare in quella di Rimini e nella Regione Emilia Romagna. Romagnoli sotto ogni punto di vista, i valmarecchiesi però tirano al cinghiale e vanno a funghi, è proprio gente di montagna con tanto di parco nazionale del Sasso Simone e Simoncello. Gente che con l’ombrellone si ripara dalla neve e con lo schioppo ora anche dai lupi che, via via che la gente abbandona le case per scivolare verso Rimini, scendono dal monte ad azzannare le capre. Valenti ha esattamente i problemi opposti a quelli di Rimini. I giovani se ne vanno, le case cadono in malora, e nemmeno gli extracomunitari vengono qui perché di lavoro non ce n’è. Non si vede uno straccio discoteca all’orizzonte, ma si va a spasso per meravigliosi borghi medievali, fiere e foreste con i cani da tartufo. «Ci vorrà un po’, ma anche a Rimini capiranno che siamo noi l’alternativa all’esplosione del turismo massificato della lozione abbronzante». Din don. Pausa pubblicità su Rete 8 Vga - TeleRimini. Apri un conto presso la banca cooperativa La Grana perché «La grana sei anche tu». Sei tu soprattutto quando, vestito da ciclista sponsorizzato e dopo aver imbottito la borraccia di banconote aggredisci di buona lena le salite verso San Marino per far sparire l’incasso della settimana, sperando che la Guardia di Finanza italiana in agguato non mangi la foglia. Rimini divide con Chiasso il record italiano di circolazione di banconote da 500 euro. Chiasso perché ha la Svizzera a un passo e Rimini perché c’è San Marino, tabernacolo di ogni perfidia finanziaria. Il traffico di bigliettoni viene alimentato da diverse fonti, dall’evasione ordinaria ai contanti distribuiti in giro da reggimenti di turisti russi che sbarcano all’aeroporto Federico Fellini e salgono sul pullman navetta organizzato per invadere il Centro commerciale Gros, dove saccheggiano i magazzini della moda e divorano scarpe con l’ingordigia dei nuovi ricchi, seminano mazzette di euro e si reimbarcano di corsa per la grande Madre Russia. Il sanmarinese è amorevolmente odiato perché più ricco, perché non paga tasse e girerebbe col Suv anche sulle aiuole del parco pubblico, perché è strafottente e tratta con degnazione i circa duemila italiani che ogni mattina vanno a lavorare nella sua piccola repubblica. In più il governo della Rocca collabora malvolentieri con le autorità giudiziarie italiane nella caccia al colletto bianco criminale e quindi l’unica soluzione sarebbe quella di dichiarare guerra una buona volta e spedire a San Marino un battaglione di Lagunari, sogno che ogni rispettabile riminese (a meno che non sia, appunto, un colletto bianco criminale) coltiva nel suo cuore. Splin splon. Spot. «Capodanno? Pacchetti tutto compreso, dall’albergo al veglione con cena di pesce. Prenota subito, per un ultimo dell’anno indimenticabile, qui troverai tutto». Manca poco alla mezzanotte e la riviera ribolle perché l’importante è farsi trovare pronti. Come al Pepe Nero di Riccione, mega discoteca da addii al celibato dove persino nel deserto di dicembre una ventina di danzatrici dell’Est europeo si avvinghiano ogni sera ai pali della lap dance per poi scivolare insieme con le ore piccole verso gli spettacolini hard con vibratore e siparietti lesbo. Un generoso tentativo di ricordare che la riviera romagnola è sempre pronta, estate o cupo inverno che sia. La grana scorre verso i consueti rivoli delle feste, donne e un po’ di droga. Niente di irreparabile, assicura il poliziotto in servizio permanente su strada. Non è mica più come negli anni Novanta, quando da Rimini a Cattolica c’era una puttana ogni due metri. Ragazze albanesi, ucraine, bulgare e rumene sul lungomare, le nigeriane sulla statale Adriatica e i trans dalle parti del centro commerciale Gros. Poi c’è stata l’onda dei rimpatri e alcune fortunate operazioni di polizia: «L’operazione Freeway, l’operazione Suburra, l’operazione Squillo» racconta il poliziotto «e un bel po’ di sfruttatori sono finiti dentro». Quando la Romania è entrata nell’Unione Europea la storia è ricominciata. Ma con un po’ più di discrezione. E oggi? Valentina, rumena, lavora in proprio e, dopo un periodo di ambientazione sui marciapiedi all’ombra del grattacielo di Rimini (poi la statale, via Principe Amedeo e viale Regina Elena), è piuttosto soddisfatta dell’ambiente («clienti selezionati, si lavora con il telefonino, niente mattane»). Ma è meno contenta dell’andazzo del mercato, ormai inquinato dal dumping sessuale delle più giovani. «Io prendo 50 euro in macchina e coperto, cioè col preservativo» spiega «quelle la danno via a trenta e anche meno. È un disastro, tesoro mio». È la crisi, baby.