Marco Cicala, il Venerdì di Repubblica 30/12/2011, 30 dicembre 2011
NEL FAR WEST EX INDUSTRIALE SOPRAVVIVE SOLO UN MITO: LA CASALINGA
VOGHERA (Pavia). Detta anche Strada Reale, la via Emilia è in effetti piuttosto irreale. Nell’ora morta sembra davvero stecchita. Al pomeriggio riprende un po’ di colorito, poi i commerci chiudono e torna il dopobomba. Eppure la Strà drita è la main street, il corso di Voghera. Circa 40 mila abitanti. Per lo più invisibili a occhio nudo. Sarà che l’austerity incute a queste festività natalizie un contegno quaresimale, ma, nei bei negozi, di antropomorfo avverti quasi solo commesse e manichini. Che è successo? Niente. E tutto. In trent’anni, il circondario ha conosciuto il solito processo di desertificazione industriale. Hanno chiuso le grandi fabbriche metalmeccaniche, tessili, alimentari. Dell’Officina Ferroviaria sopravvive appena un torsolo. Rimane anche la Balma – quella della colla Coccoina e delle spillatrici Zenith. Per il resto, il lavoro si è terziarizzato. Soprattutto pendolarizzato. La zona non s’è spopolata di residenti: s’è svuotata di attività. Ti spiegano: «Chi studia va a Pavia, chi lavora a Milano. Qui vengono solo a dormirci». Da piccolo centro, Voghera s’è trasformata in periferia-motel della metropoli meneghina, la città-infinita – grande ormai quanto una regione. Avanzando lungo via Emilia, scorgi confortanti segnali di vita dentro la libreria Ubik. Dice la responsabile Loretta Masini, ligure: «Qui vivo bene. Ma perché il lavoro assorbe. Nel tempo libero la città non offre nulla. Bar che fanno dopocena: quasi zero. Un solo cinema. Nemmeno aperto tutti i giorni». Lo gestisce la valorosa Società Operaia di Mutuo Soccorso – fra gli ultimi riverberi della Voghera d’antan, fabbrile e febbrile. Di giornali, fazioni, fervori ideali, slanci riformisti. Quella, tra dopoguerra e boom, raccontata da Vittorio Emiliani in Vitelloni e giacobini (Donzelli) – libro definitivo su un pimpante microcosmo azzerato dalla grande glaciazione postmoderna. «Oggi è una città tranquilla. Troppo» ritiene Loretta. Qualche anno fa s’inventò un festival della letteratura femminile intitolato alla proto-Liala Carolina Invernizio, qui nata nel 1851. L’iniziativa, autofinanziata, durò soltanto un giorno. Mancanza di danè. Sostegni pubblici. «Non ci riproverò più. Le istituzioni non ci sentono. Preferiscono investire quei quattro soldi in fiere strapaesane». Però Ubik funziona. E di librerie, a Voghera, ce ne sono ben quattro. Una ogni diecimila abitanti. Vanno forte le opere di Giampaolo Pansa. Anche i finti Diari di Mussolini. «La clientela è di età avanzata. Diciamo matura, va’». Al Comune confermano che quasi la metà dei vogheresi è oggi ultrasessantenne. Lo sportello Caritas è crivellato di richieste assistenza anziani. Le soddisfano quelle marziali, impagabili, signore venute dal freddo che, nelle ore tiepide, vedi passeggiare con l’assistito abbarbicato all’avambraccio. Gli altri stranieri si danno da fare nell’edilizia, nelle ultime fornaci, stagionalmente nei campi. Molti hanno aperto negozi, fatto figli. In via Bodone c’è un asilo nido multilingue. Ma la ventata di giovinezza demografica è già ridotta a spiffero. Il flusso di manodopera immigrata si affievolisce. Non c’è più lavoro. Per nessuno. La signora Ua però non ne risente. Originaria di Shanghai, dagli anni Novanta dirige con successo il primo ristorante cinese di Voghera: La grande muraglia. Anche la proprietaria è abbastanza sulla difensiva. Abbottonatissima. «Non ho nulla da dirle. Con mio marito passiamo tutto il tempo a lavorare». Piatto forte? «Boh. Spiedino di gamberi». E quando non lavorate? «Navighiamo». Su internet. «Cos’altro vuol fare in questo posto?». Amen. Pure la ragazza del Bar Nube, via Ricotti, è cinese. Ma molto più socievole. In cambio di un semplice caffè, mi regala un oggetto elettronico di plastica. Parecchi giorni dopo averlo scartato non capisco ancora cos’è. Sembra una sveglia con le orecchie. Lo è. Invece di squillare muove le orecchie. Emettendo una specie di frullìo. Nessun dubbio: il futuro è a Oriente. Tempo addietro però bazzicava da queste parti. Nell’estro visionario di gente tipo Carlo Mollino, architetto e designer turbo-modernista. È sepolto qui. La terra vogherese non gli è stata lieve. La sua tomba cascava a pezzi. L’hanno soccorsa. Prosegue invece l’agonia del leggendario Teatro Sociale. Inaugurato nel 1845 con I Lombardi alla prima crociata di Giuseppe Verdi. Nel 1889 Toscanini vi diresse Aida. Un secolo dopo chiuse. Non ha più riaperto. Vien giù, non fa che venir giù – lamentano anime inconsolabili. Indignate. «Motivo di impegno delle recenti amministrazioni, il teatro è attualmente interessato da un progetto di restauro che la città, tutta, attende con trepidante emozione» si legge nella nuova guida di Voghera fatta editare dalla giunta in carica. Capitanata dal sindaco di centrodestra Carlo Barbieri (ora indagato nel quadro del caso Milanese). Ma, parlando con l’assessore alla cultura Marina Azzaretti, scopri che il sospirato restauro della «Piccola Scala» è ancora in mente dei. «Son riuscita almeno a riaprire il foyer». Coi suoi affreschi attribuiti al Bramantino, anche il suggestivo castello visconteo aspetta ancora un pieno recupero. «Continuano gli ingenti restauri» dice la guida. Che poi, con giusto orgoglio, ricorda quanti e quali siano stati e siano i vogheresi eccellentissimi: dal Maserati (Alfieri – genitore dei bolidi) al Bolchi (Sandro – demiurgo degli sceneggiati tv), passando per Franco Antonicelli (dandy, giellista, nonché precettore in casa Agnelli), fino a Valentino, stilista, e ad Alberto Arbasino che – a differenza del signore della moda – qui in zona ogni tanto riappare. Pazzi, Peperoni, Puttane. Nel dire popolare, Voghera era la città delle tre P. Non gliene rimane più nemmeno una. A toglierle non è stata un’agenzia di rating, ma nell’ordine: la «legge Basaglia», che nel 1978 portò alla chiusura dell’immensa casa manicomiale; il usarium solani, fungo saprofita che sterminò le colture del locale peperon de’ peperoni: giallo, quadrato, digeribilissimo (ultimamente è stato rivitalizzato); e infine la «legge Merlin», che nel ‘58 rottamò anche i bordelli vogheresi. Così il «mestiere» assunse forme sempre più crepuscolari. Qui «nel ‘68 le tariffe erano: 1.500 lire in vestaglia. Duemila nuda. Un 45 giri faceva da sottofondo musicale e da clessidra in vinile alla copula» assicura lo scrittore Antonio Armano nel libro Vip. Voghera Important People (Iuculano editore), rutilante galleria di ritratti. In arte, le professioniste rispondevano ai nomi di Biancona, Bubù, Gnuf Gnuf, Ciàp Ciàp, o la Munsesa. Esercitavano prevalentemente su via Mazza. Che però si chiama così in omaggio al partigiano Mazza Dorino ed è poco più di un vicolo. «In Italia era forse l’unica via con le ragazze in vetrina» mi spiega Armano. Non pensate ad Amburgo o Amsterdam. Le «vetrine» altro non erano che povere porte di paese, con un volto in attesa dietro la finestrella. Ne resta in piedi solo una. Bussiamo. Ci apre un’anziana signora dagli stremati capelli color Campari: «Qui non vive più nessuno. Solo io e un’amica. La aiuto. È quasi cieca». Richiude. Cambiamo zona. Esperto di cose vogheresi, l’avvocato Enrico Albini mi indica un rudere vicino alla stazione. Come tutto il resto, sta incellofanato nella magica nebbia di Natale: «Ufficialmente era un albergo. Ma, uscendo dalla camera, le inservienti ti chiedevano: È davvero tutto?». Sarebbe piaciuto a Strauss-Kahn. Leggendario o lugubre, a seconda dei punti di vista, l’epos del meretricio riceveva forte impulso dalla gigantesca caserma di cavalleria. Concepita in epoca sabauda, fu dismessa negli anni Sessanta. Adesso ospita uffici comunali, una bella biblioteca e il Museo Storico. Dov’è conservata la Beretta calibro 9 che uccise Mussolini. I partigiani sparatori venivano da queste parti. L’arma «ducicida» però non è visibile se non in foto. «La teniamo in cassaforte. Casomai a qualcuno venisse la tentazione di allungare la manina» spiega la signora Pina Beccari, moglie del milite che fondò il museo e dottissima guida volontaria. In un’altra sala è parcheggiata l’A 112 a bordo della quale, nell’82, vennero ammazzati dalla mafia il generale Dalla Chiesa e sua moglie Emanuela («che, crocerossina, frequentò il museo, per studi di ippoterapia»). Causa inerzie burocratiche, per l’auto si continuò a pagare il bollo fino al 2000 – rammenta, un po’ stizzita, la targhetta. A Voghera le targhe appassionano e dividono. L’anno scorso scatenò risse, non solo verbali, la lapide posta sul castello visconteo in memoria di alcuni repubblichini fucilati. «Un putiferio aizzato da voialtri giornalisti» taglia corto Giovanni Bottazzi. Pare uscito da un’affabulazione di Gian Carlo Fusco o Blaise Cendrars. Militante neofascista nei Settanta, ex legionario straniero («nello stesso reggimento che fu di Ernst Jünger »), a 58 anni si definisce «uomo d’ordine, statalista gentiliano, cane sciolto della destra antagonista». Considera il maresciallo Badoglio e Gianfranco Fini «I due volti dell’Italica vergogna». Perciò – a memento – li tiene affissi nella sua, peraltro ottima, libreria di testi antiquari e usati. Meno fortuna ha invece avuto, finora, l’idea di dedicare a Giorgio Ambrosoli una strada nei pressi del carcere dove, nel marzo 86, Michele Sindona bevve l’ultimo caffè. Tra gli inascoltati promotori dell’iniziativa c’è l’avvocato Ambrogio Arbasino, cugino di Alberto, e memoria storica dell’antico civismo vogherese: «Se ne potrebbero fare di cose. Ma domina l’apatia. Che vuole, io resto qui perché ho dieci amici». Buttali via. In compenso, «noi siamo una quarantina. Certo, per via di figli e nipoti, ci si vede sempre meno. Ma organizziamo gite, seminari. Anche di neurolinguistica ». A parlare è Paola Zanin, portabandiera delle Casalinghe di Voghera. L’Associazione fu fondata 15 anni fa per insorgere contro il cliché «della massaia “tanti bigodini e pochi neuroni”». E pensare che, all’origine, l’espressione non aveva alcun connotato spregiativo, ma anzi intendeva omaggiare un atavico buon senso che nell’antropologia italiana andava perdendosi. La coniò Beniamino Placido, su questo giornale, ispirandosi alle memorie familiari di Alberto Arbasino. Da allora l’Associazione Casalinghe s’è conquistata una certa visibilità. Oggi vivacchia. Allegramente. «Per il 150° dell’Unità abbiamo fatto una serata di gala». Guest star: la scrivania «su cui nel 1848, qui a Voghera, Carlo Alberto firmò l’emancipazione degli ebrei». Di che defibrillare una cittadina «dove l’attualità sonnecchia» sorride Claudio Micalizio. È il Volto di TelePavia. L’emittente provinciale che, dagli studi di Vigevano, racconta anche Voghera. Perché qui, da anni, non c’è più nemmeno una tv locale. Quindici reporter tuttofare, dati Auditel da 33 mila contatti al giorno, un palinsesto a forti dosi di notizie, approfondimenti, «zero televendite e balletti». Uno dei programmi cult si chiama Tutto il mondo è pavese. Considerato lo stato critico del Paese, non esagera.