Valerio Magrelli, la Repubblica 30/12/2011, 30 dicembre 2011
L’ALLEGRO DIARIO PER DEPRESSI MOLTO LETTERARI
La prima sorpresa di questo libro edito da Elèuthera, riguarda il fatto che si tratta di un’agenda, sì, ma di un’agenda col nome del suo autore, ovvero Pierre Enckell. La seconda, risiede invece nel titolo: Che gioia vivere. Diario perpetuo per depressi e ipocondriaci (trad. it. di E. Petrassi e G. Lagomarsino, pagg. 160, euro 14). La prefazione, altra curiosità, riporta una notizia su René-Louis Doyon, il quale raccontò di avere letto, nella parigina Bibliothèque de l’Arsenal, le 34.862 pagine manoscritte del diario tenuto per trentacinque anni dallo scrittore Jehan Rictus. Ebbene, in quel reperto ogni giornata viene narrata nei minimi dettagli, e molto spesso a partire dalle parole: «Alzato, pisciato». Grati di tanto avviso, possiamo abbandonarci alla lettura, per imbatterci subito in uno sconfortato Che Guevara che esclama: «Giornata di rutti, peti, vomito e diarrea: un vero concerto d’organo». Il pensiero, ovviamente, va al Diario del grande pittore manierista Pontormo, celebre sia per le sue crude osservazioni corporali («Giovedì mattina cacai dua stronzoli non liquidi»), sia per la cupezza che lo pervade.
Non si creda, però, che le citazioni di questo libretto risultino tetre, o, peggio ancora, noiose. Tutto al contrario: scorrere i brani dei centoventi autori scelti, uno per ogni giorno dell’anno, uno più triste e sconsolato dell’altro, finisce per provocare una specie di effetto paradosso, con esiti di irresistibile ilarità. Ecco ad esempio, in data 29 febbraio, un laconico, lapalissiano Tolstoj, che si limita a commentare: «Ieri era il 28». Celeberrima e atrocemente attuale, la riflessione che Luigi XVI affidò al suo diario il 14 luglio 1789, data della presa della Bastiglia: «Niente». Più prevedibile il 31 dicembre di Harold Nicolson: «È stato un anno pessimo». In questa grandine di malanni e disturbi, i nomi di alcuni pazienti suonano quasi del tutto sconosciuti. Così W. N. P. Barbellion, un diarista del primo Novecento, che dichiara amareggiato: «Interpellando un mio vecchio amico, il dottor H., ho scoperto di avere la varicella». Un caso a parte è quello rappresentato dalle considerazioni che gli scrittori vanno tessendo sulle proprie stesse pagine. Sincero fino all’autolesionismo, Raymond Queneau deve ad esempio ammettere: «Questo diario mi risulta sempre meno interessante». Gli fa eco la confessione di David Gascoyne: «Che lagna monotona è questo diario!». C’è chi si interroga sulle cause del proprio malumore, come Jules Michelet: «Male; cattivi effetti del passato di lenticchie?». Chi invece le individua a colpo sicuro: «Freddo cane, violento mal di denti e cielo grigio. Per complicare le cose, una scavatrice si è installata da ieri sulla collina di fronte. Non smette un attimo» (il narratore francese Roger Rudigoz). Disillusione, nevrastenia, depressione, mal di testa o di denti: in un modo o nell’altro, chi non ne ha mai sofferto? Siamo in quella famiglia di stati d’animo in cui il dolore fisico e quello spirituale sconfinano e si fondono. La particolarità di questa agenda, consiste però nel presentare una folla di scrittori che non escono mai dal cerchio magico e maledetto della malinconia. D’altronde, "Melancolia", dal greco "bile nera", stava a indicare, nella medicina di Ippocrate e Galeno, proprio quel particolare carattere segnato da tristezza e riflessività, lo stesso cui Che gioia vivere è appunto consacrato. Ma non c’è proprio alcuna via d’uscita? L’unica ricetta sembra quella indicata da Henri Michaux: «Non disperate mai. Lasciate in infusione più a lungo».