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 2011  dicembre 30 Venerdì calendario

“Contro la legge per poter pagare i nostri creditori” - «Questo patto di stabilità è stupido e cieco, perciò non lo rispetteremo»

“Contro la legge per poter pagare i nostri creditori” - «Questo patto di stabilità è stupido e cieco, perciò non lo rispetteremo». Lo dicesse uno di quei sindaci abituati a eccedere in spese e consulenze la notizia molto probabilmente verrebbe accolta con una scrollata di spalle. Invece a gettare il sasso è il primo cittadino di una città che, nonostante il pesante debito, è considerata a torto o ragione un modello di buona amministrazione. Piero Fassino spende il peso di Torino - e il suo personale - per suonare la sveglia al governo e sollecitarlo a mantenere gli impegni, rivedendo il patto di stabilità, la legge che regola gli equilibri di finanza pubblica tra Stato ed enti locali. Lo fa nel giorno in cui decide di sforare i limiti stabiliti per il 2011 e sbloccare 450 milioni di euro che il Comune ha in cassa (ma che potrebbe spendere solo in parte) per pagare imprese e fornitori stremati dal ritardo nei pagamenti degli enti pubblici. «Questo meccanismo si è trasformato in una gabbia. Se avessimo voluto rispettarlo a tutti i costi avremmo dovuto tagliare servizi ai cittadini per 120 milioni e dilazionare pagamenti ad aziende e fornitori per 200 milioni. Per la città e il suo sistema economico sarebbe stato un colpo durissimo». Più duro delle sanzioni cui andare incontro: per un anno riduzione del 3 per cento dei trasferimenti statali (per Torino circa 30 milioni di euro), divieto di contrarre mutui, blocco alle assunzioni e riduzione del 30 per cento delle indennità degli amministratori (sindaco, assessori, consiglieri e presidenti di circoscrizione). Mentre sull’Italia incombe lo spauracchio della recessione il messaggio che parte da Torino è chiaro. Il rilancio deve poggiare anche sulla pubblica amministrazione, i cui tempi di pagamento sono diventati insostenibili, con il risultato che le aziende hanno l’acqua alla gola. Torino, nel 2010, ha versato 240 milioni a imprese e fornitori. Quest’anno ne sborserà 450, quasi il doppio, e non perché nel frattempo le spese per investimenti e manutenzioni siano cresciute (anzi, sono state ridotte), semplicemente perché si è deciso di pagare tutto e subito, non rimandare al 2012, quando le regole sarebbero state forse identiche e i ritardi si sarebbero accumulati. Una misura anti ciclica, spiega Fassino, e al tempo stesso un segnale di rottura: «Sono dieci anni che ai Comuni si chiede di contribuire più di tutti alla tenuta dei conti pubblici. Valgono il dieci per cento della spesa pubblica, ma hanno dovuto sopportare il 40 per cento dell’onere per il risanamento. A forza di tagliare la carne siamo arrivati all’osso. Ma io l’osso non lo incido. Non ho intenzione di chiudere nemmeno un asilo né una residenza per anziani». L’affondo di Torino sembra destinato a fare breccia. Molti sindaci sono pronti a seguire l’esempio di Fassino. Alcuni, come Pisapia e Alemanno, si sono salvati in corner: Milano vendendo le quote della Sea, è riuscita a restare a galla; per Roma il governo Monti ha dato il via libera definitivo a un decreto ad hoc. Il resto d’Italia però non naviga in buone acque, prova ne sia l’uscita del presidente dell’Anci Graziano Del Rio: «Fassino ha ragione: le regole del patto sono sbagliate, spero solo che la revisione sia rapida per consentire a chi ha sforato di evitare le sanzioni». Il premier Mario Monti, qualche settimana fa a Bruxelles, ha spiegato che le spese per investimenti che producono crescita vanno conteggiate diversamente. È uno dei punti su cui insiste Fassino: «Il sistema così non funziona. È stupido. Cieco. Mette sullo stesso piano chi s’indebita per finanziare la spesa corrente e chi investe. Possibile che Torino sia allo stesso livello di Catania che, a differenza nostra, non ha una metropolitana né un passante ferroviario né un termovalorizzatore? Ci sarà o no un problema da risolvere?».