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 2011  dicembre 31 Sabato calendario

La grande marcia non si ferma Ora la Cina vuole pure la Luna - Ormai è solo questione di tem­po. Una manciata d’anni - da qui al 2018, diciamo - e la Cina avrà sorpassato, surclassato, bypassa­to gli Stati Uniti d’America sotto il profilo economico e fors’anche sotto quello militare

La grande marcia non si ferma Ora la Cina vuole pure la Luna - Ormai è solo questione di tem­po. Una manciata d’anni - da qui al 2018, diciamo - e la Cina avrà sorpassato, surclassato, bypassa­to gli Stati Uniti d’America sotto il profilo economico e fors’anche sotto quello militare. Intanto, con l’anno che viene,Pechino proget­ta di mandare un uomo sulla Lu­na, e già che c’è,e per far sapere co­me la pensano, sotto la volta del­l’ex Celeste Impero stanno già fa­cendo le prove generali, col Giap­pone, per un affrancamento dal dollaro (e dunque dall’influenza Usa nel Pacifico) negli scambi commerciali d’area. Yen giappo­nese in cambio di yuan cinesi, sal­tando a piè pari il bigliettone ver­de con le facce dei presidenti Usa che finora era stata moneta ufficia­le e di riferimento negli scambi. Come dire: siamo grandi, faccia­mo da soli, arrivederci e grazie. Ce lo diciamo da anni che la Ci­na, col suo bagaglio di centinaia di milioni di esseri umani con le fac­ce che a noi sembrano tutte ugua­li, è vicina. Ma che sia pronta a bal­zare a cassetta della diligenza che tira le sorti del mondo, impugnan­­do la frusta, continuerà a sembrar­ci uno scherzo del destino ancora per un pezzo. Un cinese sulla Luna, dunque, dopo il 2020. Là dove gli america­ni si erano avventurati nel 1972, l’ultima volta, nell’ambito della missione Apollo 17. Lo scrive il Fi­nancial Times , ricordando quelle che in passato sembravano fanfa­luche, ipotesi, strampalate con­getture. Ecco ora invece un bel do­c­umento ufficiale in cui si dice bel­lo chiaro che «la Cina condurrà studi preliminari per un atterrag­gio umano sulla Luna »; e già si pro­gettano nuovi satelliti, una bella stazione spaziale per il 2016, e un fantastico marameo allo Space Shuttle spedito cinque mesi fa nel­le soffitte am­ericane di Cape Cana­veral per mancanza di fondi. Paro­la di Zhang Wei, un funzionario dell’agenzia spaziale cinese.E sic­come il signor Zhang si rende con­to che noi guardiamo ancora a lui e ai suoi connazionali come a dei marziani, ha tenuto a spiegare che non è così; che «i cinesi sono come tutti gli altri abitanti della Terra. Guardiamo il cielo stellato e vogliamo esplorare le immensi­tà dell’universo». Che la musica stia cambiando, e con essa anche il direttore d’orchestra,lo si era ca­pito nei giorni scorsi, dopo la sigla fra Cina e Giappone di un patto che prevede di ridurre drastica­mente l’utilizzo del dollaro nei lo­ro scambi commerciali fidando sempre più sulle rispettive mone­te nazionali. Più yen e yuan, in­somma, e meno dollari america­ni, anche se l’accordo per ora ha più che altro valore simbolico. La mossa punta anche a rafforzare le relazioni tra i due Paesi visto che Tokyo si è impegnata ad acquista­re titoli di Stato di Pechino apren­do così per la prima volta le riserve in valuta estera al debito in yuan in modo da poter reinvestire il nuovo flusso di moneta cinese. Resta il fatto che la svolta è detta­ta in buona parte dalla preoccu­pante fase di fragilità dell’area eu­ro- dollaro che spinge Pechino ad acquisire un ruolo di maggiore ri­levanza sullo scenario mondiale per rispondere all’esigenza, più volte manifestata dalle altre gran­di economie emergenti, di un ge­nerale riposizionamento fra le maggiori valute. Ma non è detto che l’invadenza cinese venga solo per nuocere. Agli occhi del mini­stro delle finanze tedesco Wolf­gang Schaeuble, per esempio, il patto Cina-Giappone rappresen­ta quasi una sfida, un pungolo che esalta l’importanza di una «Euro­pa unita e di una moneta comu­ne ». C’è una data,tuttavia, che in­quieta gli analisti politici e finan­ziari d’oltre Atlantico. L’anno fati­dico, quello del sorpasso della Ci­na sugli Stati Uniti, è il 2018.La pro­fezia è dell’ Economist , e a giudica­re dalla mole di dati messi in fila dal settimana­le inglese, la «fi­ne del mondo» (come noi lo ab­biamo cono­sciuto, perlo­meno, nel seco­lo scorso) pare avere maggiori chance di avve­rarsi di quella dei Maya, che la fissano all’anno che viene. E a giudicare dal trend, come si dice, pare che non ci siano grandi possi­bilità di fermarlo. Questo dicono i dati di crescita presunta del Pil ci­nese e americano ( un 7,75 per cen­to di media in Cina contro un 2,5 per cento negli Usa nel prossimo decennio), i tassi d’inflazione e quelli di cambio dello yuan. L’incrociatore da battaglia cine­se, insomma, pare inarrestabile. Anzi, se si valutano alcuni degli in­dicatori che «fanno» la ricchezza delle nazioni (produzione mani­­fatturiera, esportazioni, investi­menti) la Cina ha già superato l’America. E intorno al 2025, an­che la quantità di bombe e di can­noni fra Cina e Usa si equivarrà. In­somma: più vicina di così…