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 2011  dicembre 29 Giovedì calendario

SE L’EROS DIVENTA MATERIA DI STUDIO


Un fantasma si aggira per i media: quello della pornografia. Le immagini di sesso esplicito, per lungo tempo vendute e consumate in maniera più o meno sotterranea e illegale, nel corso del decennio hanno invaso gli schermi domestici. Dal 1988 al 2005 i titoli a luci rosse negli Usa sono passati da circa 1200 a più di 13.500 l’anno (la Hollywood "ufficiale" nel produce circa 400). Secondo i dati più attendibili, nel 2006 erano attivi almeno 4 milioni di siti porno: il 12% di tutta la distribuzione online (oggi saranno molti di più, visto che ne nascono circa 270 al giorno). Una parola su quattro inserita nei motori di ricerca, e un download su tre, sono di carattere pornografico. La vera mutazione però è qualitativa, e non riguarda i singoli prodotti, ma la struttura del sistema. Il cinema, la televisione, la moda hanno un "doppio" sotterraneo e rimosso, che sempre più viene a galla al tempo di Internet.
Questo mondo è interrogato dagli studiosi di rado, e con comprensibile imbarazzo. In America i cosiddetti porn studies sono nati all’inizio degli anni ‘90, da una costola della teoria femminista e dei cultural studies. Da qualche tempo, questo filone di studi è giunto anche in Italia, ad opera di una generazione di studiose/i non a caso trenta-quarantenni, che in un mondo così sono cresciuti. Da un paio d’anni, a Gorizia si tengono convegni internazionali sul tema (con titoli tipo Economies, Politics, Discoursivities of Contemporary Pornographic Audiovisual) ed è appena uscito un ponderoso volume intitolato Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media (a cura di Enrico Biasin, Giovanna Maina, Federico Zecca, Mimesis). Il libro offre i dati che abbiamo citato e ricapitola anche la vita clandestina della pornografia nel secolo scorso: dalla fase dei filmini mostrati nei bordelli o spediti per posta, all’esplosione con titoli come Mona, the Virgin Nymph (1970) e Gola profonda (1972). Così il porno diventa un genere tra i generi, mutuando dal mainstream hollywoodiano un modo di fruizione (la sala), una forma narrativa (il lungometraggio di finzione) e uno standard tecnologico (il 35mm). Negli anni ‘80 le sale (anche a luci rosse) chiuderanno, l’avvento del video moltiplicherà la produzione.
Del resto, i contenuti per adulti guidano da sempre lo sviluppo dei media. Trent’anni fa, il vhs si affermò anche perché Sony, che sosteneva il formato Betamax, faceva una netta politica anti-porno. I dvd sono stati spinti dai "pornomani" perché rendevano più comodo trovare punti specifici. E fondamentale è stato questo segmento di pubblico per avviare la tv via cavo, i servizi telefonici a pagamento o la banda larga.
Oggi siamo davanti a un passo ulteriore, che non riguarda i singoli prodotti o mezzi di comunicazione. È quella che nel libro citato viene chiamata "pornificazione del mainstream", una "invasione hardcore della cultura popolare". La stessa che ha incuriosito scrittori come Martin Amis, David Foster Wallace, Chuck Palahniuk, che le hanno dedicato reportage e libri. Il porno espanso analizza il ruolo dell’immaginario fetish nella creazione del divismo musicale, da Madonna a Lady GaGa. Il porno "emerso" diventa glamour, alludendo fino a un certo punto a un universo osceno. L’arrivo in Italia dei canali satellitari produce combinazioni di generi, nei quali anche l’hard ha la sua parte: reality show, pseudo-inchieste, serie (ultima la francese Xanadu, un Dallas sui magnati del porno), o inopinati talk show (c’è una specie di versione inglese di "Forum", con un giudice che dirime questioni sessuali tra partner).
Potremmo dire che i due poli ideali dell’"immaginazione pornografica" attuale sono la declinazione glamour e il suo opposto, la verosimiglianza bruta: il filmato amatoriale (il cosiddetto gonzo), autentico o più spesso finto, che presuppone, notano gli autori del libro, "una sorta di sovrapposizione semantica che assimila il concetto di reale a quello di privato". Insomma il massimo del realismo, e la cosa più eccitante, è ciò che viola (o finge di violare) la privacy. Il consumo di pornografia domestico, immediato, pret-a-voyeur potremmo dire, cambia. Si tratta forse della forma perfetta di consumismo: "Perseguire il piacere è uno dei principali modi di edificare la nostra soggettività in forme autorizzate", sostiene il teorico inglese Mark Fisher. Il web 2.0 stimola nuove forme di voyeurismo, e anche di esibizionismo, e non solo in quelle forme che sono state definite IPorn (l’esibizione erotica sul web). Ad esempio, di recente è sembrata rassicurante le notizia che il numero di utenti dei social network abbia superato quello dei consumatori di web-pornografia: "Facebook batte il porno". Ma tra i due consumi, nota uno degli autori di Il porno espanso, c’è una certa congruenza, dovuta alla natura vertiginosamente promiscua di queste piattaforme, che costituiscono "una innovativa forma di autoerotismo del sé". La pornografia, insomma, non è oggi questione di contenuti: è quasi la logica culturale dei media; è il modo in cui funzionano le immagini, in cui noi spettatori/consumatori guardiamo e ci facciamo guardare.