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 2011  dicembre 29 Giovedì calendario

Se vivere nella Grande Mela è più sano che in campagna - Veniamo informati che l’atte­sa di vita - quasi 81 anni - di un newyorkese è superiore di ben 3 anni alla media nazionale ameri­cana

Se vivere nella Grande Mela è più sano che in campagna - Veniamo informati che l’atte­sa di vita - quasi 81 anni - di un newyorkese è superiore di ben 3 anni alla media nazionale ameri­cana. Il sindaco di New York ci ha scherzato su, e ha invitato conna­zionali e stranieri ad andare a vive­re nella Grande Mela: una specie di elisir di lunga vita. Scherzi a par­te, e con buona pace dei ragazzi delle vie Gluck del mondo, non so­lo non fa male vivere in città, ma fa addirittura bene. Personalmente, l’ho sempre sospettato ma, sapete com’è, a esplicitare il proprio pen­siero si rischia a volte di passare per bastian contrari. Ora ci sono invece l’autorevole studio e gli stessi fatti che ci confortano: il mi­to della vita bucolica, sana e saluta­re è, appunto, niente più che un mito. Sarebbe interessante appren­dere come nascono questi miti. La pletora di sociologi in circola­zione saprà certamente soddisfa­re questa curiosità. Per intanto, vi­viamo tranquilli e godiamoci i be­nefici della vita metropolitana. Ma volete mettere? Prendere la metro e andare stasera all’ ultima rappresentazione del Marito Idea­le? Per forza che chi vive in città vi­va più a lungo: assistere ad un Oscar Wilde non può non allunga­re la vita. Per converso, il campa­gnolo può solo morire dal deside­rio di vedere un Oscar Wilde rap­presentato dal vivo. Morire, ap­punto. Ecco di cosa muore prima, il campagnolo: muore di deside­rio. Dove prima c’era l’erba ora c’è una città, si lamentava il ragazzo della via Gluck. E perché l’erba sa­rebbe meglio? Per giocarci sopra a pieni nudi, ci vien cantato. Circostanza che sarebbe, secon­do quel ragazzo, la prova provata della fortuna di cui il campagnolo è gratificato rispetto al cittadino. V’è un modo sicuro per toccare con mano questa fortuna: la pros­sima volta che sarete assaliti dalla malaugurata illusione di voler an­dar­e a respirare aria pulita in cam­pagna, toglietevi scarpe e calze e fate una corsa sull’erba. Sentirete che fortuna. E a proposito di aria, che quella di città uccida è una favola cui non crede più nessuno. Perfino gli in­guaribili scettici dovrebbero ar­rendersi all’evidenza dei dati newyorkesi. L’unico che non vo­glia arrendervisi pare sia il sinda­co di Milano che, mi dicono, conti­nua coi suoi anatemi contro l’ine­sistente pericolo da smog. Un fesso col botto, allora, il ra­gazzo della via Gluck? Difficile dir­lo. Una cosa è certa (ed è certa per­ché è così che ci vien cantata): lui dalla campagna se ne è stato rigo­rosamente lontano. Certo, piange a starsene lonta­no, ma sapete come si dice a Napo­­li: fa’ comme a jatta, chiagne, etc. Storia vecchia, se non come il mondo almeno di 2000 anni: Meli­beo- Virgilio invidiava, sì, Tìtiro che, recubans sub tegmine fagi, godeva delle bucoliche delizie; ma Virgilio-Virgilio si guardava bene dall’allontanarsi dall’ Urbe. La città, luogo pre­sunto artificiale e per ciò stesso infernale, batte quindi la campagna, luogo pre­sunto naturale e per ciò stesso pa­radisiaco. Circostanza che do­vrebbe indurci a riflettere e possi­bilmente rivedere i pregiudizi che hanno alimentato la cultura, co­siddetta verde, di cui si è nutrita e ammorbata l’ultima generazio­ne. Una cultura autolesionista che ha relegato l’uomo a virus del pia­neta, il quale, a sua volta, dalla pre­senza de­ll’uomo e dalle sue attivi­tà deve essere continuamente sal­vato. Salviamo il pianeta, strillano i bischeri. La verità è che siamo noi a dover essere salvati dalle insidie della natura. O meglio: siamo noi a do­ver provvedere alla nostra stessa salvezza da quelle insidie. La veri­tà è che l’unico prato verde dove si potrebbe veramente e con confi­denza correre a pieni nudi è quel­lo­che noi stessi avremo saputo ar­tificialmente impiantare nei par­chi delle nostre città. L’unica nostra vera salvezza è smascherare le ipocrisie dei ragaz­zi delle vie Gluck, sotto qualun­que guisa e colore essi si presenti­no.