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 2011  dicembre 30 Venerdì calendario

IL CLOCHARD MILIONARIO BRUCIATO VIVO PER SCALDARSI

Hans Cassonetto è morto bruciato dentro a un falò, la notte di Natale. Anche se lui, al secolo Giovanni Valentin, il mondo lo aveva già lasciato da ragazzo. Per vivere ai margini. Ai margini per scelta, nonostante la ricchezza posseduta, perché Hans Cassonetto solo lì vedeva gli stessi colori che ha il centro dell’universo. E si sentiva libero. La sera della Vigilia, dopo aver preso messa in Duomo a Bolzano, ha dato fuoco a un mucchio di cartoni rotti. Lo ha fatto per scaldarsi, perché la temperatura in piazza del Grano la sera del 24, era scesa sotto lo zero. Hans Cassonetto è morto davanti agli occhi impotenti di un ragazzo, che lo ha visto correre sotto ai portici. Ridotto a una torcia. I soccorritori sono arrivati in fretta, ma è stato inutile. Troppo gravi le ferite. Hans Cassonetto voleva scaldarsi e lo faceva sempre col fuoco. Infiammava i cartoni che raccattava rovistando dentro ai bidoni di un gomitolo di vie che si srotolano nel centro di Bolzano. Se non era a piazza del Grano, succedeva che lui facesse il falò ai giardini della stazione, dove la polizia quella sera di morte lo aveva cacciato. Per forza: la gente della zona aveva telefonato lamentandosi per le fiamme alte. Viveva ai margini di Bolzano perché quella è stata la sua città per 66 anni, anche se valeva come qualsiasi altra. Cioè nulla. Come niente, per Hans Cassonetto, erano i 250 mila euro in contanti che sua madre (prima di morire) gli aveva fatto consegnare da due cugine come eredità. Insieme con la villa di famiglia, gli appartamenti sparsi nel centro, i terreni e perfino ettari di bosco. Nulla. Hans Cassonetto diceva che quel «niente» non serviva perché lui aveva «già tutto». La strada, il tanfo dei bassifondi e dei reietti che ci vivono, equivalevano alla sua «libertà». Conosceva tutti e tutto di Bolzano: la consumata prostituta che veniva dalla periferia e non aveva rinunciato alla propria scalata sociale, il ladruncolo che sui piccoli furti aveva costruito la propria sopravvivenza. Lui non rubava, non beveva, non si prostituiva e non si perdeva una messa. Era credente e non aveva paura, Hans Cassonetto. Temeva soltanto le borghesi ipocrisie intessute di falso perbenismo. Non voleva omologarsi, né confondersi, tantomeno arrendersi. Gli piaceva scovare e smistare rifiuti. Cata logava con orgoglio i tesori che la gente “normale” riduceva a immondizia. Alle cugine che gli avevano portato i soldi e l’eredità, disse che l’unica cosa che poteva servirgli era un fiore da portare sulla tomba della madre. «La villa, i terreni, le altre case, i soldi non mi servono. Dateli ai poveri», aveva ordinato Hans, «solo vivendo come ho scelto di vivere, posso sentirmi libero». I suoi beni saranno destinati ai senzatetto, come lui voleva. Se non fosse che un uomo è bruciato vivo, la storia di questo barbone milionario sembrerebbe una favola triste da raccontare quando a Natale tutti sembrano più buoni.Un romanzo a tinte forti, inscenato lungo strade che sanno di morte e indifferenza. Com’era possibile che Giovanni Valentin avesse scelto di vivere in quel modo, nonostante le ricchezze di cui poteva disporre ancora prima dell’eredità piovuta 12 anni fa? A sentire Daniela De Blasi dell’associazione Volontarius, uno dei tanti angeli della strada che a settembre lo aveva raccolto dopo un incidente, «chi conosceva Hans non aveva motivo di stupirsi di nulla, perché sapeva che lui era allergico a qualunque regola o costrizione. Dall’ospedale si era auto-dimesso ancor prima che gli operatori lo potessero raggiungere. Al massimo poteva accettare un pasto caldo e un cambio di vestiti dal centro di via Renon. Oppure una grappa dal bar Nadamas, ma una volta al mese e non di più». Lo conoscevano tutti quelli del centro di Bolzano e in tanti si lamentavano. Perché Hans faceva cozzare i cassonetti.