Vera Agosti, Libero 29/12/2011, 29 dicembre 2011
LA MALATTIA INGUARIBILE CHIAMATA AVANGUARDIA
Il 24 novembre scorso si è aperta una grande rassegna dedicata alla Transavanguardia a Palazzo Reale a Milano. La curatela, naturalmente, è affidata al critico Achille Bonito Oliva, teorico e fondatore del movimento. Seguono altre mostre monografiche in diversi musei italiani, dedicate ai singoli protagonisti: Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria e Mimmo Paladino. L’evento si lega alle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e fa da contraltare alle manifestazioni per l’Arte Povera. Questi infatti sono i due movimenti che hanno dominato gli ultimi 30-40 anni della nostra storia dell’arte e che l’hanno resa nota all’estero. Il problema è che la situazione è rimasta ferma qui. Dopo la Transavanguardia e l’Arte Povera, nessun’altra corrente italiana ha saputo affermarsi con tanto vigore, nessun pittore o scultore è diventato una star, se non consideriamo il caso singolo e isolato di Maurizio Cattelan, per altro più imprenditore e manager di se stesso che artista. Ma torniamo alla Transavanguardia. Un’operazione geniale e milionaria, che ha saputo colmare un vuoto. Ovvero l’assenza di un vero Espressionismo italiano e di una strada tra Espressionismo e Surrealismo. Il riferimento costante infatti è stato Ernst Ludwig Kirchner, al quale si sono sommati alcuni ingredienti vincenti: il genius loci italico, il Mediterraneo, i miti classici. In quel momento storico, la portata della Transavanguardia è stata rivoluzionaria, riportando l’attenzione dal concettuale al figurativo, dalla dominante America alla cara vecchia Europa, Italia in primis, che è tornata a essere fonte di ispirazione anche per gli altri Paesi. Con numerose mostre internazionali, di alto livello e prestigio, grazie anche al sostegno economico del gallerista Mazzoli, gli artisti della Transavanguardia sono arrivati alle stelle, essendo già alquanto noti prima di aderire al movimento. Ora, quest’ampia panoramica sembra essere lo spunto per una riflessione, un tirare le fila del discorso. Il movimento di per sé è durato ben poco, diviso presto dalla forte personalità di ciascuno dei protagonisti. Caratteri fieri e focosi, che oggi ci sentiamo di omaggiare nei musei e nelle discussioni per la portata eccezionale del loro lavoro; però è necessario andare oltre, se si vuole dare un impulso positivo ai giovani artisti. All’Accademia di Brera, a esempio, la Transavanguardia appare tutt’oggi come il punto di riferimento incontrastato e incontrastabile della pittura italiana. Sarebbe invece il caso di guardarsi intorno e cercare il nuovo, coltivare i talenti freschi, come gli artisti che si ispirano alla Nuova Figurazione, i fautori della “sospensione” pittorica, le più recenti tendenze pop ecc.. Serve una riscoperta dell’autentico talento e della tanto bistrattata tecnica contro una spesso presunta ispirazione istintiva. C’è un pensiero serpeggiante che tanti sussurrano lontano da orecchie indiscrete, ma che quasi nessuno esprime apertamente: gli artisti della Transavanguardia hanno deluso e stancato. E chi sono questi tanti? Gli artisti innanzitutto, che non li considerano il loro termine di paragone o il loro modello. Non se ne può più di stucchevoli cieli stellati, per cui Giotto probabilmente si sta rivoltando nella tomba; colori sgargianti, malamente abbinati; immagini libere nello spazio, che non rappresentano una novità; paesaggi svizzeri costellati di piccoli teschi neri, che, paradossalmente, ci sembrano più orrendi del kitsch made in Switzerland... E basta con i testi critici ermetici, quasi incomprensibili, dove si cerca di fare poesia o letteratura, ma in cui non si legge l’opera d’arte, non si spiega, non si analizza con rigore e precisione. Va bene suggerire l’emozione, creare l’atmosfera, ma non è possibile che il critico ci racconti la sua vita o descriva fantasiosi voli pindarici, usando l’opera d’arte come paracadute.