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 2011  dicembre 16 Venerdì calendario

CARAVAGGIO E I SUOI «FRATELLI»

«Ancora Caravaggio», penseranno i lettori. E invece la mostra «Roma al tempo di Caravaggio», in corso a Palazzo Venezia fino al 5 febbraio prossimo, si rivela una delle più interessanti della stagione. Anche se del maestro lombardo viene presentato un solo dipinto, la celebre «Madonna di Loreto», o dei Pellegrini, che per l’ occasione ha lasciato l’ altare della chiesa romana di Sant’ Agostino. Ma la qualità delle centoquaranta opere esposte è altissima. E l’ allestimento di Pier Luigi Pizzi esalta le numerose pale d’ altare ottenute in prestito dagli istituti religiosi e restaurate per l’ occasione. Pizzi è riuscito a creare una messa in scena che non soffoca i dipinti, come spesso avviene quando sono scenografi di grido a occuparsi delle mostre. I grandi quadri provenienti dalle cappelle sono stati infatti ricollocati nella posizione per la quale erano stati commissionati: sopra gli altari ricostruiti da Pizzi in gesso e compensato trattati a finto marmo. Un colpo d’ occhio che stupisce fin dall’ ingresso. Un solo Caravaggio, dunque. Ma sistemato a fianco della «Madonna di Loreto» di Annibale Carracci e della sua scuola, proveniente dalla chiesa di Sant’ Onofrio al Gianicolo. Dal contrasto tra le due tele si dipana il filo rosso che congiunge tutte le altre opere dell’ esposizione. Infatti, nelle intenzioni della soprintendente Rossella Vodret che l’ ha ideata e curata, la rassegna vuole ricostruire il panorama dei compagni di strada di Michelangelo Merisi nella Roma del Seicento. E lo fa nello stesso periodo che vede a Palazzo Sciarra la grande mostra sul Rinascimento nella Città Eterna, realizzata dalla Fondazione Roma. In modo tale che il percorso seicentesco a Palazzo Venezia diventa il proseguimento ideale di quello cinquecentesco a Palazzo Sciarra. «Ho voluto ricostruire il tessuto culturale della città in cui visse e operò il grande genio lombardo», dice Vodret. «In quegli anni vivaci ed esaltanti, in cui il papato celebrava con l’ anno santo 1600 la riconquista del suo predominio dopo la grande paura luterana, Roma diventava con le sue ricche committenze la capitale culturale d’ Europa, popolandosi di migliaia di artisti provenienti da ogni parte d’ Italia e da Spagna, Francia, Germania, Fiandre e Paesi Bassi. Chi erano questi artisti? Come lavoravano? La mostra cerca di rispondere a queste domande». Lo fa partendo da Caravaggio e da Annibale Carracci insieme, mettendo a confronto le due Madonne, dipinte nel 1604 dal primo e nel 1605 dal secondo. Stesse date, identico soggetto. Ma con differenze nel modo di dipingere quasi abissali, leggibili grazie al fatto che per la prima volta le due opere si possono vedere l’ una accanto all’ altra. In quella del Merisi si osserva uno stile naturalistico talmente spinto da diventare rivoluzionario, in quella di Annibale la rielaborazione di una pittura classicista di matrice raffaellesca, basata sulla rappresentazione di una realtà idealizzata. È importante questo confronto, perché è dai due giganti della pittura (morti poi a un anno esatto di distanza, nel luglio 1609 Annibale a quarantanove anni e nel luglio 1610 il Merisi a trentotto), che discendono tutti gli artisti operanti a Roma nei decenni successivi. Scambiandosi stimoli ed esperienze, spazzano via in pochi anni gli stereotipi tardo-manieristi e portano innovazioni tecniche e stilistiche che saranno percepite in tutta Europa, fino a quando si scioglieranno nel Barocco sponsorizzato da Urbano VIII per celebrare il trionfo della Chiesa cattolica. Vodret ha tentato una ricognizione di questi pittori, radunando gli allievi bolognesi di Annibale (da Guido Reni a Domenichino) e i cosiddetti riformati toscani (da Passignano a Fontebuoni), i grandi favoriti delle committenze papali (Baglione e Cavalier D’ Arpino) e la grande ondata dei caravaggeschi (da Artemisia e Orazio Gentileschi a Carlo Saraceni). Fino alla monumentale «Allegoria dell’Italia», dipinta tra il 1627 e il 1628 da Valentin de Boulogne e considerata una delle opere più pregevoli del caravaggismo. Nella tela, che chiude la mostra, il Naturalismo ha ormai lasciato il posto allo spettacolo Barocco.
Lauretta Colonnelli