Massimo Gaggi, Corriere della Sera 30/12/2011, 30 dicembre 2011
SPIRITO D’IMPRESA NELL’UNIVERSITA’
«Nell’azienda di cloud computing per la quale lavoro, la Embrane nella Silicon Valley, dovevamo assumere trenta giovani laureati. Con quelli delle grandi accademie americane, abbiamo faticato: duecento colloqui per trovarne una ventina di livello adeguato. Con gli ingegneri formati nelle università italiane è stato più facile: abbiamo assunto tre dei quattro che si sono presentati. E non per campanilismo: io ero l’unico italiano tra i sette esaminatori».
Sera di fine dicembre all’Istituto italiano di cultura di New York, dove è stata allestita la mostra itinerante sui «150 anni di genio italiano», portata negli Stati Uniti dal direttore del centro, Riccardo Viale, «per dimostrare che l’Italia non è solo arte e cultura umanistica, ma anche tradizione scientifica e tecnologica, ben oltre Leonardo e Galileo». Si celebra un passato glorioso — dal Nobel per la chimica Giulio Natta a Adriano Olivetti — ma Mario Baldi, docente del Politecnico di Torino «prestato» all’industria informatica californiana, contesta l’immagine di un’Italia disarmata davanti alle nuove tecnologie, priva di università di rango.
«Non è vero», spiega, «almeno per quanto riguarda gli istituti d’eccellenza come i Politecnici di Milano e Torino, o l’università di Bologna. I loro laureati valgono quanto se non più di quelli delle grandi accademie americane». Baldi ammette che quello delle selezioni della sua azienda è un confronto non omogeneo: «I migliori di Stanford magari non vengono da noi: hanno nel mirino Google ed Apple. Ma queste sono accademie che si vantano di produrre solo laureati eccellenti. E non è vero. Sono solo più determinati. E poi chi viene da un’università "blasonata" gode di un pregiudizio favorevole, mentre magari il laureato di un Politecnico poco noto non viene nemmeno convocato per un colloquio. Né è vero che i laboratori accademici italiani siano modesti: quelli della Columbia e di Berkley, che conosco bene, non sono certo strepitosi».
Il «contropiede» di Baldi colpisce perché questo professore-imprenditore — figura pressoché sconosciuta in Italia ma comune negli Usa — non mette sotto accusa lo Stato che non modernizza l’università o le imprese che non investono abbastanza in ricerca («anche l’America ha frenato»), ma la cultura accademica: «Pensa che per me, oggi, sarebbe facile tornare al Politecnico? Anche da noi ci sono il venture capital e gli strumenti giuridici che consentono al docente di fare attività d’impresa. Ma usarli non è un titolo di merito come qui, negli Usa, dove gli studenti pendono dalle labbra di chi ha dato un seguito pratico al suo insegnamento».
In Italia, insomma, il prof-manager è uno che sporca la purezza dell’accademia. E così Baldi, un giramondo titolare (o contitolare) di 17 brevetti che ha fatto esperienza come visiting professor nelle università di Shanghai, Melbourne e Chicago, probabilmente se ne resterà nel suo «esilio dorato» di Santa Clara.
Massimo Gaggi