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 2011  dicembre 30 Venerdì calendario

CHURCHILL AMICO DEGLI EBREI MA SALVATORE DELL’IMPERO

Dalla lettura di «Churchill and The Jews» di Martin Gilbert, ho appreso che il più famoso inglese del XX secolo era pro ebreo e pro israeliano, e che nulla aveva a che fare con la chiusura della Palestina agli emigrati ebrei durante il dominio inglese. E tutto ciò grazie anche alla sua amicizia con il ramo inglese dei Rothschild e Chaim Weizmann (poi primo presidente di Israele). Sapevo invece che Churchill fu molto ambiguo, specie dal 1940 e in particolare dopo il 1945, all’epoca di Attlee e Bevin. In altre parole, era definitivamente più pro arabo che ebraico per i soliti motivi.
Ilan Brauner
dott.brauner@libero.it
Caro Brauner, Churchill fu sconfitto nelle elezioni britanniche del 1945 e tornò al potere soltanto dopo la vittoria del Partito conservatore in quelle del 1951. Non ebbe incarichi di governo, quindi, nei mesi cruciali, fra il 1947 e il 1948, durante i quali la Gran Bretagna rinunciò al mandato sulla Palestina, Israele proclamò la propria indipendenza e i Paesi vicini attaccarono il nuovo Stato. Ma fu sempre, sino alla fine della sua vita, il maggiore rappresentante di una Gran Bretagna «imperiale» che aveva forti interessi nel mondo arabo e non poteva perseguire politiche esplicitamente ostili ai sentimenti prevalenti nella regione.
Questo non gli impedì, tuttavia, di manifestare compassione per la tragica sorte dell’ebraismo europeo dopo l’avvento di Hitler al potere. Nel 1921, quando era ministro delle Colonie, aveva dichiarato che l’obiettivo della politica britannica era quello di soddisfare, per quanto possibile, le ambizioni rivali degli arabi e degli ebrei. Nel 1938, quando era soltanto una sorta di Cassandra, distrattamente ascoltata dalla dirigenza del suo partito, dedicò alla Palestina una delle sue lettere quindicinali sulla politica internazionale. Registrò lo straordinario aumento dell’immigrazione ebraica dopo l’inizio delle persecuzioni hitleriane (60.000 in un solo anno). Dette la sensazione di comprendere i sentimenti della popolazione araba, preoccupata dalla prospettiva di essere ridotta allo stato di minoranza. Si dichiarò contrario al progetto di spartizione contenuto nel rapporto di una speciale Commissione reale presieduta da Lord Peel (uno Stato arabo, uno Stato ebraico e una zona britannica interposta fra i due). Condannò i sempre più frequenti episodi di violenza fra le due comunità, ma fu particolarmente severo con le incursioni notturne dei commando arabi nei villaggi ebraici. Scrisse che occorreva proteggere gli ebrei, ma anche, al tempo stesso, garantire agli arabi che «il contingente annuale degli immigrati ebrei non avrebbe dovuto superare una certa cifra per un periodo di almeno dieci anni».
Nella sua lettera quindicinale Churchill fu quindi inevitabilmente «cerchiobottista». Ma secondo un altro libro di Martin Glibert («In Search of Churchill»), fu ascoltato dalla Commissione Peel durante una seduta segreta nel 1936 e dichiarò che gli ebrei avevano il diritto di aspirare a essere maggioranza. Nel suo animo vi era quindi una simpatia per la causa ebraica che non era facilmente conciliabile con gli interessi del Regno Unito. Ma occorre aggiungere che questa potenziale contraddizione caratterizzò in quegli anni una buona parte della classe dirigente britannica, da Lord Balfour, autore della nota dichiarazione sul focolare ebraico in Palestina, a David Lloyd George, primo ministro durante la Grande Guerra. Erano protestanti, spesso evangelici, e ritenevano che gli ebrei avessero un diritto religioso alla Terra promessa. Come gli evangelici americani dei nostri giorni, pensavano che il ritorno in Palestina, secondo le profezie, avrebbe permesso la seconda venuta di Cristo e la conversione degli ebrei al cristianesimo.
Sui rapporti fra Churchill e gli ebrei, caro Brauner, Gilbert racconta un aneddoto curioso. Allorché il vecchio uomo di Stato si ammalò durante la guerra, un giornale raccontò la storia di una donna ebrea di 89 anni che aveva promesso di digiunare in segno di ringraziamento per la sua guarigione. Quando il suo segretario, John Martin, gliene parlò, Churchill rispose: «La ringrazi e le dica di ricominciare a mangiare».
Sergio Romano