Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera 30/12/2011, 30 dicembre 2011
IL RICCO CHE FACEVA IL CLOCHARD
Pazzo? Disadattato? Asociale? Certo, Hans, il barbone più famoso di tutto l’Alto Adige, vissuto come un barbone e morto come un barbone, bruciato tra i cartoni del suo giaciglio, tale era senz’altro. Tuttavia Hans merita di essere definito anche in modo completamente diverso. Chi, infatti, volontariamente rinuncia a una fortuna di 250 mila euro che gli spetta per eredità, fatta di case e di denari, per continuare a vivere in strada senza conti in banca, senza obblighi né obbligazioni, non è forse, a modo suo, un poeta, un arcangelo, uno spirito libero, incontaminato dagli assilli e dalle ossessioni del mondo? Ora che non c’è più ci si interroga sulla sua vita, si cerca di immaginare con quale sentimento di infinita superiorità egli potesse permettersi di considerare noi tutti, poveri schiavi scemi perennemente intenti a scannarci per case e cose, a correre, ad affannarci sempre per il solito cruciale motivo: i soldi. Al confronto nostro Hans doveva, probabilmente, sentirsi pari a un re, a un imperatore, a un gran signore aristocratico che non ha bisogno di sporcarsi le mani con il puzzolente denaro perché c’è sempre qualcuno che provvede, un sottoposto, un assistente, un poveretto come noi che poi passa a saldare i conti.
Isabella Bossi Fedrigotti