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 2011  dicembre 30 Venerdì calendario

AMERICA 2012, IN CERCA DELL’ANTI OBAMA

Troppo poco abitato, troppo agricolo, con una popolazione troppo bianca. A queste tradizionali anomalie che lo rendono poco rappresentativo, l’Iowa, lo Stato dal quale il 3 gennaio inizierà la lunga stagione delle primarie per la scelta del repubblicano che a novembre sfiderà Barack Obama per la Casa Bianca, quest’anno ne aggiunge un’altra: qui l’economia, basata sull’agricoltura anziché su industrie che emigrano verso l’Asia, va meglio che nel resto d’America: poca disoccupazione e nessun crollo di un mercato immobiliare mai toccato da «bolle» speculative.
Ma, anche se snobbato da alcuni analisti come poco significativo sul piano demografico, il test dell’Iowa è politicamente importante per tutti i candidati repubblicani che, infatti, si stanno dando battaglia setacciando lo Stato, villaggio per villaggio, dove si voterà col meccanismo dei «caucus».
Del resto è qui che quattro anni fa cominciò la cavalcata di Obama che colse di sorpresa gli strateghi elettorali di Hillary Clinton, ingannati da sondaggi che davano l’ex first lady in testa con ampio margine. Mentre, in campo repubblicano, Rudy Giuliani fece naufragio proprio per la scelta, rivelatasi suicida, di trascurare le prime tappe della campagna delle primarie (Iowa, New Hampshire e South Carolina), scendendo in campo solo a partire dalla Florida. Dove l’ex «sceriffo» di New York arrivò già morto.
E’ per questo che Mitt Romney, candidato dell’«establishment» economico e dei conservatori moderati, non ha mai mollato la presa su questo pezzo d’America «profonda» ed evangelica che certamente non vota volentieri per un mormone né ama la comunità finanziaria della East Coast della quale l’ex governatore del Massachusetts è espressione.
Partito fin dall’inizio come il favorito del campo repubblicano — l’unico in grado di mobilitare, con la sua moderazione, i centristi e gli indipendenti che nel 2008 hanno votato Obama ma ora appaiono delusi — Romney ha subito diversi rovesci in un 2011 zeppo di sondaggi elettorali nei quali di volta in volta è stato scavalcato da Michele Bachmann, Rick Perry, Herman Cain e Newt Gingrich. I primi tre si sono rivelati delle meteore proiettate in alto dal desiderio dei «duri e puri» della destra evangelica e dei Tea Party di incoronare un vero superconservatore al posto di un Romney dalle troppe facce, e precipitati quasi subito al suolo davanti alla loro inconsistenza politica.
L’ascesa tardiva dell’ex «speaker» della Camera Newt Gingrich e la sua caduta a precipizio dopo un paio di settimane sembra ripetere lo stesso schema, ma Gingrich, che negli anni 90 fu il leader della Rivoluzione conservatrice che mise alle corde il presidente Bill Clinton, è un personaggio ben più coriaceo e navigato degli altri. Proprio per questo, però, ha anche molti scheletri nell’armadio. L’apparato repubblicano considera il moderato Romney più eleggibile e controllabile di un Gingrich troppo ideologico e imprevedibile. E così è partito un formidabile fuoco di sbarramento di spot televisivi, telefonate «automatiche» e spedizioni di decine di migliaia di lettere ai potenziali elettori dello Stato: tutti messaggi che denunciano l’inaffidabilità e i «peccati» di un personaggio che si erge a guardiano dei valori familiari ma ha già tradito e abbandonato un paio di mogli, che è contro lo statalismo ma si è arricchito coi soldi della società finanziaria parzialmente pubblica che ha alimentato i famigerati mutui subprime, che oggi boccia la riforma sanitaria fatta da Romney in Massachusetts giudicandola simile a quella «socialista» di Obama ma che a suo tempo elogiò senza riserve «Romneycare». Attaccato anche per le sue posizioni sull’ambiente e gli immigrati clandestini, presentate come troppo «liberal», Newt è precipitato nei sondaggi in Iowa.
In una situazione così fluida i giochi sono ancora tutti da fare: ad esempio in South Carolina e in Florida, i primi Stati del Sud nei quali si voterà, Gingrich è ancora in testa. Ma forse dipende dal fatto che qui i sondaggi non sono stati ancora aggiornati. Se Romney la spunterà in Iowa (dove gli ultimi sondaggi Cnn-Time lo danno di nuovo in vantaggio sul libertario Ron Paul e su Rick Santorum, mentre Gingrich è scivolato al quarto posto) e il 10 gennaio stravincerà in New Hampshire (dove i sondaggi gli attribuiscono il 39% dei consensi mentre i due «campioni» conservatori Gingrich e Paul seguono lontani, tutti e due a quota 17%) il candidato mormone avrà posto una seria ipoteca sulla «nomination» repubblicana.
M. G.

GLI SFIDANTI:
Il mormone che piace all’establishment
Moderato, esperto, ma anche uomo dalle mille facce (conservatore e tradizionalista da ministro della chiesa dei mormoni, poi governatore «liberal» del Massachusetts fino a dichiarasi «favorevole senza possibilità di equivoci alla libera scelta» sull’aborto, infine di nuovo arciconservatore e antiabortista da candidato repubblicano alla Casa Bianca), Mitt Romney è la personalità più ricca, complessa e controversa tra i candidati in campo. Romney, 64 anni, è anche il favorito visto che, nonostante l’ostilità degli evangelici e della destra dei Tea Party che non si fidano di lui perché non ha forti convinzioni ideologiche, gode dell’appoggio della struttura del partito e dei grandi capitalisti conservatori. Gente che apprezza proprio il suo pragmatismo, l’esperienza manageriale fatta in Bain Capital e l’assenza di rigidità ideologiche che gli dà la possibilità di rubare voti al centro a Obama.

Il ginecologo libertario e antistatalista
Più che una vera candidatura, quella di Ron Paul, un ginecologo del Texas eletto deputato, è la testimonianza di un’icona del movimento libertario: un libero pensatore dalle idee assai radicali. I fan lo adorano per la sua coerenza: antistatalista, non incassa la pensione che, pure, gli spetterebbe (ha 76 anni) e da medico non ha mai accettato i rimborsi di Medicaid e Medicare, la sanità pubblica per poveri e anziani. Ma, anche se dopo il crollo di Gingrich è stato brevemente in testa nei sondaggi in Iowa, nessuno pensa davvero che potrebbe essere eletto: le sue idee (soppressione della Federal Reserve, smantellamento dello Stato, condanna degli interventi militari all’estero, dall’Afghanistan all’Iraq, uscita degli Usa dall’Onu e dalla Nato, liberalizzazione di alcune droghe per smontare sul piano economico il narcotraffico) spaventano anche molti elettori di destra.

Il creazionista omofobo e militarista
E x senatore della Pennsylvania «trombato» nel 2006, da allora il 53enne Rick Santorum cerca di tornare in pista sfruttando l’immagine di uomo della destra radicale tanto su temi etico-religiosi e sociali (no assoluto ad aborto e unioni gay, fan del «disegno intelligente» contro ogni scintilla di darwinismo) quanto su quelli economici, è invece favorevole all’interventismo militare Usa all’estero. Nelle retrovie, ma sta recuperando in Iowa.

La pasionaria dei Tea Party tradita da tutti
S puntata dal nulla in primavera grazie a apparizioni graffianti nei dibattiti televisivi che l’anno lanciata come la «pasionaria» dei Tea Party (ruolo scippato a Sarah Palin), Michele Bachmann, 55 anni, deputato del Minnesota, ha avuto il suo momento di gloria a Ferragosto, quando ha vinto lo «straw poll» dell’Iowa, prova generale delle primarie del 3 gennaio. Poi la sua popolarità è precipitata: i conservatori le hanno preferito altri candidati. E ieri è stata mollata anche dal capo della sua campagna in Iowa, passato con Ron Paul.

L’ex speaker della Camera sposato 3 volte
G enio e sregolatezza, Newt Gingrich è il leader che dopo il ’92, quando Bill Clinton sconfisse George Bush padre, rimise in piedi e galvanizzò il partito repubblicano sotto la bandiera ideologica del Contratto per l’America. Dopo i trionfi, vennero però gli anni dei rovesci e l’accusa di fare del moralismo sui valori familiari dopo aver tradito e piantato in asso due mogli. Newt abbandonò così la politica, per una più lucrosa attività di consulente aziendale. Con la quale si è arricchito anche sostenendo tesi e progetti aziendali su sanità, ambiente e finanza che sono una bestemmia per i conservatori rigoristi. «Mi limitavo a parlare nei convegno da storico» si difende oggi il 68enne ex speaker della Camera che ama parlare di sé in terza persona e ha sempre al suo fianco la terza moglie, la biondissima Callista. «No, facevi semplicemente il superlobbista», gli replicano i suoi molti avversari che lo considerano troppo radicale, ideologico e imprevedibile.

Il governatore del Texas re delle gaffe
M ai nella storia delle campagne elettorali un candidato promettente era stato messo alle corde da un paio di «gaffe» televisive. C’è Rick Perry, 61 anni e da 10 governatore del Texas. Sceso in campo solo ad agosto, prometteva di essere la personalità di spicco e vincente che era fin lì mancata alla destra. Uomo di polso (da governatore si era ribellato ai «diktat» del presidente Bush, suo compagno di partito e predecessore alla guida del Texas) e con un’immagine di successo (l’economia del Texas è abbastanza florida, i disoccupati sono relativamente pochi e lui è a capo di una macchina elettorale considerata fin qui pressoché imbattibile), Perry era schizzato in pochi giorni in testa a tutti i sondaggi. Ma qualche passo falso (come l’aver definito una truffa il sistema pensionistico) l’ha indebolito. Poi le sue improvvise amnesie televisive, i silenzi smarriti davanti alle telecamere, l’hanno messo ko.
Massimo Gaggi