Federico Fubini, Corriere della Sera 30/12/2011, 30 dicembre 2011
ECCO PERCHE’ LO SPREAD RIMANE SOPRA QUOTA 500 —
In fondo non c’è niente di sorprendente, se i telefoni hanno lavorato molto in questi ultimi giorni: sia le linee della Banca d’Italia, che quelle del Tesoro in Via XX Settembre. Le chiamate sono partite tanto da Fabrizio Saccomanni, direttore generale dell’istituto di via Nazionale, che da Maria Cannata, responsabile al ministero per la gestione del debito.
Prima delle aste di titoli di questi giorni entrambi hanno contattato i gestori delle grandi tesorerie, i manager dei principali fondi e le compagnie d’assicurazione. Più che sulle banche, il cui portafoglio per ora è paralizzato dall’imminente chiusura dei bilanci, Saccomanni e Cannata hanno puntato sugli altri attori. Per loro nessuna minaccia, neppure indiretta, né pressioni indebite: piuttosto, sia il banchiere centrale che la rappresentante del Tesoro hanno fatto appello al senso di responsabilità nazionale dei grandi investitori italiani perché comprino i titoli di Stato. Se si creasse un incidente sul debito pubblico, non colpirebbe solo la tenuta finanziaria del governo. Del resto un paio di settimane fa, in un incontro a porte chiuse nella City, Saccomanni aveva lasciato chiaramente intendere che si sarebbe attivato: il mercato è libero, ma anche il governo e la vigilanza lo sono quando si tratta di far conoscere le proprie preferenze agli investitori.
Carmen Reinhart, l’economista del Peterson Institute for International Economics nominata da Foreign Policy fra i «cento pensatori» più influenti al mondo, definisce questi comportamenti «repressione finanziaria»: la tentazione degli Stati di obbligare i gruppi privati nazionali a sostenere il debito pubblico. Forse però in questo caso è più precisa le definizione offerta ieri da Mario Monti: «moral suasion», un’opera di persuasione pressante ma morbida. Il premier ne ha parlato cercando di spiegare perché il premio di rischio della Spagna evolva sempre più nettamente meglio di quello italiano (vedi grafico sopra). Il governo di Madrid, ha detto Monti, «ha uno stock di debito pubblico rapportato al Pil che è circa la metà del nostro e ha una struttura finanziaria con due grandissime banche (Bbva e Santander, ndr): il loro ruolo nel mercato dei Bonos — ha sostenuto Monti — rende molto più semplice la "moral suasion" rispetto al nostro Paese, dove la struttura di coloro che intervengono sul mercato primario e secondario è molto più articolata e lo stock del debito è doppio». Monti ha concluso, schiettamente: «Stiamo lavorando su ciascuna di queste componenti».
Potrebbe dunque rientrare la «moral suasion» legittimamente esercitata da Saccomanni e Cannata, ma neanche loro sono riusciti a sciogliere il doppio dilemma di questi giorni: perché l’Italia resta indietro rispetto alla Spagna e perché gli spread e i rendimenti più a lungo termine non scendono, mentre quelli a breve sì. In entrambi i casi la risposta è anche politica. Il grafico qui sopra mostra come gli spread spagnoli si siano divaricati (in meglio) rispetto all’Italia da quando il leader popolare Mariano Rajoy ha vinto nettamente le elezioni il 20 novembre. A differenza di Roma, Madrid non ha ancora una manovra approvata; ma la visibilità su ben cinque anni di un solido mandato di governo per una linea di risanamento e riforme rassicura già i mercati. In Italia invece gli investitori vedono solo nebbia oltre i prossimi 14 mesi e questo è anche uno dei fattori che spinge gli spread sempre più in alto man mano che le scadenze dei titoli crescono: la bassissima visibilità sul futuro politico dell’Italia.
Ma per i rendimenti a dieci anni sopra il 7% mentre il semestrale vende al 3,2% e il triennale al 5,6% esistono anche ragioni di politica europea. Malgrado le frenate di Berlino, il mercato continua a pensare che lo sbocco (lontano) della crisi sia qualcosa di simile a un Eurobond: emissioni comuni per parte del debito di ogni Paese, come propone il centro studi di Bruxelles Bruegel (di cui Monti è presidente onorario). Thomas Philippon della New York University suggerisce che gli Eurobond riguardino solo i titoli a breve, mentre quelli a lunga durata restano responsabilità nazionale. Anche per questo molti nel mercato stimano già oggi un premio di rischio molto più alto per i Btp decennali (quota fuori dagli Eurobond) che per quelli fino a tre anni, in futuro forse coperti dalle emissioni europee.
Per questa divaricazione dei tassi esiste poi almeno una ragione finanziaria più sgradevole: se il Fondo monetario internazionale intervenisse nel 2012, lo farebbe aiutando l’Italia a rimborsare i titoli in scadenza nei prossimi 36 mesi. Quelli più lontani, resterebbero esposti a molti rischi.
Federico Fubini