Massimo Gaggi, Corriere della Sera 29/12/2011, 29 dicembre 2011
SI RIACCENDE LA SFIDA TRA IRAN E STATI UNITI SULLA VIA DEL PETROLIO
L’Iran minaccia di non far transitare nemmeno una goccia di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz se gli Stati Uniti d’America e altri Paesi cominceranno ad applicare con maggiore severità le sanzioni decise dalle Nazioni Unite per punire le violazioni di Teheran in campo nucleare, fino a sancire un vero e proprio embargo.
Minacce che probabilmente sono destinate a cadere nel nulla come quelle già formulate nel 2008, ma che sono bastate a provocare brividi in tutto il mondo.
Tramontati i vecchi direttori planetari e con l’impero americano in ritirata, scopriamo che il multilateralismo può avere spine micidiali. Soprattutto per chi, come l’Europa, ha spesso mostrato insofferenza per l’egemonia Usa, ma poi si è sempre riparata sotto il suo ombrello militare e anche economico, senza costruirsene uno suo.
Un altro amaro risveglio per l’Unione. Perché gli Usa certamente difenderanno con la loro flotta la libertà di navigazione in un braccio di mare attraverso il quale transita un terzo del commercio mondiale di petrolio,ma solo per proteggere gli alleati e preservare il loro ruolo geopolitico. Dal punto di vista dell’autonomia energetica, infatti, l’America non dipende più dal Medio Oriente come l’Europa o il Giappone, visto che ormai copre quasi per intero il suo fabbisogno con gli idrocarburi estratti sul suo territorio e quelli importati da Canada, Venezuela e Messico.
Gli analisti sostengono che, anche se Teheran desse davvero corso alla sua minaccia, le conseguenze sui flussi di greggio potrebbero non essere drammatiche. Gli esperti militari ritengono che la Marina iraniana abbia mezzi per realizzare un blocco solo di pochi giorni. E, in circostanze estreme, la Quinta Flotta americana avrebbe i mezzi per neutralizzarla. In secondo luogo alcuni dei produttori del Golfo dispongono ormai di rotte alternative per il loro export, ad esempio con gli oleodotti che arrivano sul Mar Rosso e in Oman. Infine, con l’economia mondiale che ristagna e indebolisce la domanda di energia, un aumento della produzione saudita e il ritorno in attività dei pozzi libici potrebbero forse in gran parte compensare l’eventuale «gap» nel Golfo Persico.
Ma la reazione dei mercati, col greggio in fibrillazione attorno ai 100 dollari al barile, è una testimonianza dei gravi rischi corsi dall’Occidente, ma alla fine anche dalle nuove economie emergenti, in un mondo senza leadership. L’indebolimento dell’America è stato accolto da molti, anche in Europa, con malcelata soddisfazione. In passato certe manifestazioni di «imperialismo yankee» hanno provocato irritazione e ostilità certamente giustificate.
Ma ora che Obama, fedele alla sua impostazione multipolare e condizionato dalla disastrosa situazione del bilancio pubblico, ridimensiona il suo dispositivo militare, scopriamo che dibattiti e manifestazioni di protesta non bastano a creare un nuovo ordine mondiale.
Massimo Gaggi