Mirko Molteni, Libero 29/12/2011, 29 dicembre 2011
LO STRETTO DI HORMUZ È LA VERA ATOMICA DELL’IRAN
Mentre la Marina Iraniana prosegue le manovre nel Golfo Persico, non si placa la tensione dopo le minacce di Teheran di bloccare lo stretto di Hormuz nel caso di inasprimento delle sanzioni contro il Paese. Alle parole del vicepresidente Reza Rahimi e dell’ammiraglio Habibollah Sayari, secondo i quali «è facile » per l’Iran «non far passare una goccia di petrolio» da Hormuz, hanno risposto ieri Francia e Usa. Il Ministero degli Esteri di Parigi ha invitato Teheran a «non violare le leggi, poiché le acque dello stretto sono internazionali». Alla «libertà di navigazione» si è appellata anche la Quinta Flotta Usa, dal suo comando con sede a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, che ha aggiunto che la chiusura dello stretto da parte dell’Iran «non sarà tollerata». Mentre da Washington il Dipartimento di Stato ha parlato di «tentativo degli iraniani di distrarre il mondo dal vero problema, la corsa al nucleare». Non è un mistero che sia in arrivo una stretta sulle sanzioni, per colpire il settore petrolifero e quello finanziario della Repubblica islamica, seppure poco efficaci, essendo rigettate da “pesi massimi” come Russia e Cina. Non a caso Ahmadinejad sta anche chiedendo l’appoggio di numerosi Paesi del Sudamerica, continente che di recente è per la maggior parte sfuggito al controllo statunitense. Ma il blocco dello stretto di Hormuz pare una minaccia estrema, da attuarsi quando già si fosse sull’orlo della guerra. Dal passaggio largo 30 km che connette il cieco Golfo Persico alle distese aperte dell’Oceano Indiano passa il 40% delle petroliere, pari al 25% del greggio mondiale. L’Iran ha i mezzi per imbottigliare le esportazioni saudite o kuwaitiane, soprattutto vari missili antinave. Ha costruito autonomamente il balistico Khaliji Fars e il “cruise” Noor, quest’ultimo derivato dal cinese C-802, entrambi con raggio d’azione sopra i 200 km, più che sufficienti a interdire quel braccio di mare al traffico marittimo. Quanto a sommergibili, l’ammiraglio Sayari dispone di almeno tre Kilo forniti dai russi, unità “serie” da 4000 tonnellate, ma anche 17 sommergibili “nani” Ghadir, iraniani doc, da 120 tonnellate, comunque insidiosi coi loro siluri. Aiutandosi anche con mezzi assai economici come le mine, e sfruttando punti di appoggio sulle isole di Abu Musa e Qeshm, l’Iran può paralizzare il naviglio commerciale per qualche giorno, ma la Quinta Flotta USA reagirebbe quasi subito. Il problema è un altro, cioè la portata psicologica di un blocco, più annessa battaglia aeronavale, sul mercato del petrolio, vera “atomica virtuale” agitata da Teheran, con scompensi devastanti su prezzi e approvvigionamenti. Difficilissimo, però, che gli iraniani attuino per primi una misura così estrema, a meno che non siano sicuri (anche via intelligence) che un attacco aereo americano o israeliano sia comunque imminente. E in tal caso la guerra potrebbe dirsi già iniziata.