Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 31/12/2011, 31 dicembre 2011
LE LACRIME NORD COREANE E LA PSICOLOGIA DELLA FOLLA
Come spiega la manifestazione di dolore e disperazione così evidente del popolo di Kim Jong-il? Sono i nord coreani così felici e riconoscenti al loro capo?
Luigi Bonvini
pbonvin4@tin.it
Caro Bonvini, qualche anno fa apparve contemporaneamente in alcuni Paesi europei (in Italia presso Longanesi) una biografia di Mao scritta da una dissidente cinese, Jung Chang, che aveva lasciato la sua patria per iniziare a Londra, con il marito inglese, una nuova vita. Una parte del libro era dedicata alle grandi celebrazioni funebri che furono organizzate in occasione della morte del «grande timoniere» nel settembre 1976. Quando il libro fu presentato a Milano, nel Circolo della Stampa, Jung Chang descrisse una riunione popolare di cordoglio a cui aveva partecipato e ammise di avere pianto e gridato il proprio dolore come tutti coloro che stavano attorno a lei. Lo fece probabilmente perché temeva di essere considerata un «nemico del popolo» e arrestata, ma anche perché capì che ogni diverso comportamento sarebbe stato in quel momento inconcepibile. La persona che rifiuta di partecipare a un sentimento comune e assume un atteggiamento distaccato e indifferente diventa un nemico. Il suo silenzio non è una manifestazione di riserbo e discrezione: è un atto di accusa contro coloro che lo circondano.
Esiste poi una forma di contagio studiata da un sociologo francese, Gustave Le Bon, in un libro del 1895 intitolato «Psicologia delle masse» che fu letto attentamente da tutti i dittatori del Ventesimo secolo. Le Bon sostenne che vi sono circostanze in cui la folla smette di essere una raccolta di individui diversi per opinioni, professione, sesso, e diventa una «folla psicologica» in cui ogni individuo perde la propria originalità e si trasforma in atomo di un pensiero comune. Secondo Le Bon non è necessario che gli individui siano riuniti in uno stesso luogo. Possono comportarsi come folla anche quando sono separati.
Perché questo accada, naturalmente, occorre una causa scatenante: una tragedia collettiva, la percezione di una minaccia incombente, il timore di un futuro improvvisamente incerto e gravido di pericoli, il sentimento di uno scopo da raggiungere con una mobilitazione generale. Siamo stati colpiti dalle manifestazioni nord coreane perché la liturgia era diversa da quelle con cui abbiamo maggiore familiarità. Ma ciò che è accaduto a Piongyang è solo formalmente ed esteticamente diverso da ciò che accade in piazza San Pietro, alla Mecca durante i pellegrinaggi musulmani, negli stadi, nelle piazze gremite da cortei sindacali, nei raduni degli evangelici americani, o in occasione di grandi funerali come quello della principessa Diana. In ciascuno di questi casi gli individui non esistono. Esiste la folla.
Sergio Romano