Franco Brevini, Corriere della Sera 31/12/2011, 31 dicembre 2011
IL POETA SULLA CARROZZINA, UNA VITA NELLA BARACCA
Era stato un centometrista e sognava di diventare aviatore. Oggi la sua storia di poeta condannato alla carrozzella forma una delle pagine più drammatiche della letteratura contemporanea. Attualmente Pierluigi Cappello, che ha 44 anni, è tornato a vivere insieme alla madre in una casa in cui la sedia a rotelle si muove con difficoltà. La sua di casa, Cappello, ha dovuto abbandonarla: era uno dei prefabbricati di legno che l’Austria aveva regalato al Friuli dopo il terremoto e Cappello ci aveva vissuto per una decina d’anni, insieme ai suoi libri e ai suoi versi.
La situazione del poeta di Gemona, da tempo in precarie condizioni di salute e in gravi difficoltà finanziarie, ha spinto la Regione Friuli Venezia Giulia a richiedere la concessione dei benefici della Legge Bacchelli, che prevede un piccolo vitalizio per artisti di chiara fama che versino in condizioni disagiate. L’appello è stato subito raccolto e sottoscritto dalle università di Siena, di Firenze, di Udine, di Roma Tre e dall’Accademia della Crusca, oltre che da migliaia di intellettuali e di privati cittadini.
Su Facebook si è costituito un gruppo per sostenere l’iniziativa, mentre su Twitter lo scrittore Tullio Avoledo ha ricordato che «un anno di Bacchelli a Cappello costerebbe meno di tre mesi di stipendio del portaborse di un parlamentare. Ma nessun portaborse scriverà poesie come quelle di Cappello. Che invece ce la fa benissimo a portare una borsa!».
«Nel settembre del 1983 avevo sedici anni — ricorda Pierluigi —. Un amico mi diede un passaggio in moto. Finimmo contro la parete rocciosa di una montagna, a Chiusaforte. L’amico morì sul colpo. Io rimasi un paio d’ore sull’asfalto, poi fui portato in ospedale e iniziò il calvario delle operazioni. Ne sarei uscito sulla sedia a rotelle».
L’altro evento che segnò la vita di Cappello fu il terremoto del Friuli. «Alle 21.02 del 6 maggio 1976, al primo boato del terremoto, l’immaginazione di migliaia di bambini friulani si espanse come un’enorme, dolente bolla per accogliere entro i suoi confini una nuova regione: la regione del terrore, un terrore primordiale, da passeri e cani spaventati. Ai primi crolli, il presente immutabile di quei bambini venne scagliato in bocca a un futuro buio, privo di dimensione».
Due volte scampato alla morte, oggi Cappello continua fra mille difficoltà la sua generosa attività di divulgazione della poesia. Vive poveramente, ma senza un lamento e senza risentimento verso la vita. Affinati lo ha definito un «paladino ferito». Chi lo incontra è subito colpito dalla luminosa serenità del suo sguardo, dietro cui si cela una strenua determinazione a non cedere. I versi di questo friulano quarantaquattrenne sono fra le cose più promettenti della poesia contemporanea.
I lettori furono subito colpiti dalla forza delle sue immagini, affidate alle due lingue della sua poesia, l’italiano e il friulano. Nel 2006 con Assetto di volo vinse il Bagutta Opera prima, seguito nel 2010 dalla consacrazione del Premio Viareggio con Mandate a dire all’imperatore. «Da questo culmine di spasimo / io vinto mando a te / vincitore di padri / la prora disorientata delle mie parole».
Cappello ha sempre scritto e vissuto appartato, lontano dai clamori e dalle ribalte, in una sacerdotale dedizione ai versi. Quel giovane uomo sulla sedia a rotelle, che dialoga con le ombre, rappresenta oggi l’incarnazione della poesia nella sua magica, cristallina assolutezza.
«Per me la poesia è un fatto biologico — conclude Cappello — anche se dovessi non scrivere più, se la poesia cessasse di concretarsi nei segni delle parole, rimarrebbe comunque dentro il mio modo di guardare le cose. Ogni giorno i nostri sguardi si riempiono di dettagli, che spesso trascuriamo. Ma nei dettagli si condensa uno slancio di libertà e di assoluto, che spetta alla poesia cogliere».
Franco Brevini