Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 31/12/2011, 31 dicembre 2011
IL COLLOQUIO E I CONTRASTI A BRUXELLES NEL RACCONTO DEI GIORNALISTI AMERICANI —
D’accordo, quella sera di ottobre «faceva freddo», almeno a Berlino. Ma che giorno era? Due pagine piene di particolari, di date e luoghi precisi. Curiosamente, però, nella ricostruzione pubblicata ieri dal Wall Street Journal, manca il dettaglio chiave: quando, esattamente, Angela Merkel telefonò a Giorgio Napolitano? La risposta arriva nel pomeriggio con il comunicato del Quirinale: 20 ottobre. E con una precisazione importante: quella chiamata non è rimasta segreta. Facile verificare in archivio. Il Corriere della Sera ne diede conto il 22 ottobre, con un articolo firmato da Marzio Breda. Rimettere in ordine la sequenza degli avvenimenti, allora, può essere utile per riprendere il filo delle iniziative, delle eventuali pressioni esercitate da Angela Merkel, in quei momenti comunque decisivi per la sorte del governo Berlusconi. Il capo dello stato nega che la cancelliera tedesca abbia mai chiesto il defenestramento di Berlusconi. Da Berlino il portavoce di Angela Merkel subito si associa. E dunque? I tre giornalisti del Wall Street Journal che hanno firmato l’inchiesta, contattati via mail, non aggiungono altri particolari. Charles Forelle, corrispondente da Bruxelles (in vacanza negli Stati Uniti) risponde che «non ha altro da aggiungere a quanto pubblicato». E di fronte alla doppia smentita in arrivo da Berlino e da Roma, il suo collega Stephen Fidler si limita a osservare che «spesso si afferma di non aver mai detto certe cose». In serata, una portavoce del gruppo «Dow Jones» (proprietario del Wall Street Journal) telefona da Londra, quartier generale dell’edizione «Europe», per far sapere che il quotidiano «conferma quanto scritto».
Ma le date, appunto, possono venire in soccorso. La cancelliera tedesca, dunque, chiama il 20 sera, cioè tre giorni prima del Consiglio europeo convocato, in piena emergenza, a Bruxelles. In quei giorni di vigilia, su questo non ci sono dubbi, il governo italiano è l’osservato speciale. Dall’efficacia dei suoi impegni, delle sue misure anticrisi forse dipende la sopravvivenza stessa della crisi. Il 23 ottobre è il giorno probabilmente più nero per la leadership di Berlusconi a livello europeo. Merkel e Sarkozy, ritti sui palchetti di una conferenza stampa congiunta, ascoltano la domanda di un giornalista: c’è da fidarsi ancora del Cavaliere? Il video è ormai un «cult» della Rete. I due leader si guardano, fanno qualche smorfia, ridono apertamente. Poi certo, seguono dichiarazioni più ortodosse. «Berlusconi è il nostro interlocutore e contiamo su di lui», concluderà la Merkel. Già allora, due mesi fa, quelle parole suonarono poco convinte. Tuttavia è lo stesso articolo del Wall Street Journal a ricordare come il quadro politico fosse pericolosamente vicino al punto di rottura. L’asse franco-tedesco si era incartato sul ruolo della Bce. Sarkozy spingeva (e continua a farlo) perché la Banca centrale mettesse in campo tutte le risorse finanziarie necessarie per salvare l’euro, saltando i vincoli previsti dallo Statuto. Angela Merkel, invece, respingeva con durezza l’idea di trasformare l’istituto di Francoforte in una specie di bancomat a disposizione di Grecia e Italia. Il 19 ottobre i due si ritrovano proprio nella città tedesca, alla cerimonia del passaggio delle consegne tra Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, nella Alte Oper concert hall. È l’occasione per un chiarimento a porte chiuse tra la leader tedesca e il presidente francese, alla presenza di Trichet e mentre dalla sala, raccontano i giornalisti americani, «arrivano le note del Barbiere di Siviglia». Apparentemente ciascuno rimane sulle sue posizioni, ma ora è chiaro che fu la Merkel a prevalere. Riepilogando: il 19 ottobre la cancelliera si scontra con Sarkozy, l’alleato più stretto; il 23 si ritrova in sintonia con il presidente francese proprio sul sorriso alle spalle di Berlusconi. In mezzo, la «fredda sera» del 20 ottobre cade la telefonata a Napolitano. È plausibile che proprio in quel momento la Merkel si sia spinta al punto di «spingere», «stimolare» («prodding») il presidente italiano a sostituire Berlusconi con un altro premier, qualcuno «capace di fare le riforme»? In quel clima di ansia e di vera paura, non si può escludere. A Bruxelles fanno notare che nelle stesse settimane la Merkel non badava alle regole base della diplomazia, a cominciare dalla più importante di tutte: non interferire negli affari interni di un altro partner europeo. Ma nello stesso tempo è altrettanto probabile che la cancelliera abbia chiamato il capo dello Stato per capire quali fossero gli scenari più probabili in caso di paralisi del governo Berlusconi, che già, agli occhi degli europei, aveva mostrato segnali di avaria. Su un punto, però, a Bruxelles, a Berlino e a Parigi, gli osservatori sono d’accordo. Nessuno si è intristito quando Berlusconi ha lasciato davvero Palazzo Chigi.
Giuseppe Sarcina