La Stampa 30/12/2011, 30 dicembre 2011
LA STAMPA 30 DICEMBRE 2011
ANDREA ROSSI
«Questo patto di stabilità è stupido e cieco, perciò non lo rispetteremo». Lo dicesse uno di quei sindaci abituati a eccedere in spese e consulenze la notizia molto probabilmente verrebbe accolta con una scrollata di spalle. Invece a gettare il sasso è il primo cittadino di una città che, nonostante il pesante debito, è considerata a torto o ragione un modello di buona amministrazione. Piero Fassino spende il peso di Torino - e il suo personale - per suonare la sveglia al governo e sollecitarlo a mantenere gli impegni, rivedendo il patto di stabilità, la legge che regola gli equilibri di finanza pubblica tra Stato ed enti locali. Lo fa nel giorno in cui decide di sforare i limiti stabiliti per il 2011 e sbloccare 450 milioni di euro che il Comune ha in cassa (ma che potrebbe spendere solo in parte) per pagare imprese e fornitori stremati dal ritardo nei pagamenti degli enti pubblici. «Questo meccanismo si è trasformato in una gabbia. Se avessimo voluto rispettarlo a tutti i costi avremmo dovuto tagliare servizi ai cittadini per 120 milioni e dilazionare pagamenti ad aziende e fornitori per 200 milioni. Per la città e il suo sistema economico sarebbe stato un colpo durissimo». Più duro delle sanzioni cui andare incontro: per un anno riduzione del 3 per cento dei trasferimenti statali (per Torino circa 30 milioni di euro), divieto di contrarre mutui, blocco alle assunzioni e riduzione del 30 per cento delle indennità degli amministratori (sindaco, assessori, consiglieri e presidenti di circoscrizione).
Mentre sull’Italia incombe lo spauracchio della recessione il messaggio che parte da Torino è chiaro. Il rilancio deve poggiare anche sulla pubblica amministrazione, i cui tempi di pagamento sono diventati insostenibili, con il risultato che le aziende hanno l’acqua alla gola. Torino, nel 2010, ha versato 240 milioni a imprese e fornitori. Quest’anno ne sborserà 450, quasi il doppio, e non perché nel frattempo le spese per investimenti e manutenzioni siano cresciute (anzi, sono state ridotte), semplicemente perché si è deciso di pagare tutto e subito, non rimandare al 2012, quando le regole sarebbero state forse identiche e i ritardi si sarebbero accumulati.
Una misura anti ciclica, spiega Fassino, e al tempo stesso un segnale di rottura: «Sono dieci anni che ai Comuni si chiede di contribuire più di tutti alla tenuta dei conti pubblici. Valgono il dieci per cento della spesa pubblica, ma hanno dovuto sopportare il 40 per cento dell’onere per il risanamento. A forza di tagliare la carne siamo arrivati all’osso. Ma io l’osso non lo incido. Non ho intenzione di chiudere nemmeno un asilo né una residenza per anziani».
L’affondo di Torino sembra destinato a fare breccia. Molti sindaci sono pronti a seguire l’esempio di Fassino. Alcuni, come Pisapia e Alemanno, si sono salvati in corner: Milano vendendo le quote della Sea, è riuscita a restare a galla; per Roma il governo Monti ha dato il via libera definitivo a un decreto ad hoc. Il resto d’Italia però non naviga in buone acque, prova ne sia l’uscita del presidente dell’Anci Graziano Del Rio: «Fassino ha ragione: le regole del patto sono sbagliate, spero solo che la revisione sia rapida per consentire a chi ha sforato di evitare le sanzioni». Il premier Mario Monti, qualche settimana fa a Bruxelles, ha spiegato che le spese per investimenti che producono crescita vanno conteggiate diversamente. È uno dei punti su cui insiste Fassino: «Il sistema così non funziona. È stupido. Cieco. Mette sullo stesso piano chi s’indebita per finanziare la spesa corrente e chi investe. Possibile che Torino sia allo stesso livello di Catania che, a differenza nostra, non ha una metropolitana né un passante ferroviario né un termovalorizzatore? Ci sarà o no un problema da risolvere?».
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LA STAMPA 31 DICEMBRE 2011
TONIA MASTROBUONI
Ha ragione Piero Fassino a porre il problema «drammatico» dei ritardi nei finanziamenti statali alle imprese. Ma la soluzione, in questo periodo di tensione sui mercati non può essere quella di «mettere a rischio gli equilibri di finanza pubblica». Gianfranco Polillo sta lavorando a una mappatura delle società controllate dagli enti territoriali e definisce i risultati «impressionanti». Per il sottosegretario all’Economia è lì che il sindaco di Torino deve andare a cercare i soldi per mandare avanti la città, invece di «ricattare» il governo con i tagli ai servizi. Quanto ai soldi che la pubblica amministrazione deve alle aziende, propone di imitare i tedeschi e ricorrere alla Cassa depositi e prestiti.
Il sindaco di Torino ha preso in prestito una vecchia espressione di Prodi sul vecchio Patto di stabilità europeo e ha definito “stupido” quello per gli enti territoriali. Per restituire soldi alle imprese non lo rispetterà.
«Il problema che pone Fassino sul ritardo nei pagamenti alle aziende è effettivamente drammatico perché si è creata una filiera negativa. Lo Stato non paga i fornitori i quali a loro volta non rimborsano i subfornitori e così via. Avviene per meccanismi che risalgono addirittura al governo Ciampi: per far fronte alle scadenze del debito si stringeva sui flussi di cassa. Questa necessità è diventata oggi insostenibile. Personalmente per risolvere la questione proporrei un intervento attraverso la Cassa depositi e prestiti».
Ma non risolve il problema: andrebbe sempre a carico del debito.
«No, io penso a una soluzione “tedesca”: far uscire la Cdp dal perimetro della P.A. vendendo la quota eccedente il 50 per cento e convincendo le fondazioni, che oggi ne detengono il 30 per cento, a salire. In Germania quest’ operazione è riuscita a tagliare il debito di 19 punti di Pil».
Ma il Patto di stabilità interno è “stupido”?
«Anzitutto non bisogna sforarlo, soprattutto in un momento in cui tutti stringono la cinghia. Fassino rischia di mettere a rischio gli equilibri di finanza pubblica mentre la tensione sui mercati sul debito è alle stelle. Sforò anche l’ex presidente della regione Campania Bassolino, per motivi del tutto condivisibili come una crisi occupazionale. E oggi il suo successore sta faticosamente ripagando quei debiti e deve girare con una pesante scorta. Caldoro ha fatto un piano di stabilizzazione lacrime e sangue: cos’è, più stupido di Fassino?».
Il sindaco di Torino dice che sono a rischio anche i servizi.
«Ma vendesse i tesori che ha, le quote, le partecipate! Le dico una cosa: quando è venuta fuori la regola di Tremonti del taglio ai ministeri del 10 per cento, i ministri dicevano tutti “allora taglio i servizi”. Un ricatto che naturalmente è inaccettabile ma diventerà impossibile con la spending review che stiamo facendo ora. Sono 25mila le disposizioni di spesa che gravano sul bilancio statale. Quando le avremo tutte sotto gli occhi e andremo a discutere con i ministri di spesa, al primo che dirà “taglio i servizi essenziali”, noi obietteremo “no, tu tagli la legge a, b, c».
E la stessa cosa vale per gli enti territoriali?
«Certo. Sto facendo, ad esempio, una dettagliata mappatura delle partecipate. Leanticipo che i risultati sono impressionanti. Ci sono una grande città e una grande regione italiana che hanno 400 partecipate – non faccio nomi. Ebbene. moltiplichiamolo per tutte le città e le regioni e viene fuori una galassia infinita. L’operazione l’aveva iniziata Tremonti, per la verità, ma è stato bloccato da Bossi. É lì che i Comuni e le Regioni possono trovare i soldi. Se una città mi dice, come è accaduto, che non vuole vendere immobili perché li svenderebbe, dinanzi all’emergenza attuale e dinanzi a risorse che servirebbero per i servizi sociali, eccetera, io dico: qual è la priorità?».