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 2011  dicembre 30 Venerdì calendario

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA, 28 NOVEMBRE 2011

Ha ragione il presidente Napolitano: in Italia non c’è alcuna «democrazia sospesa». Chi lo dice non sa ciò di cui parla. Ma c’è, eccome!, una crisi gravissima della democrazia parlamentare: cioè di quella specifica forma di democrazia adottata sessanta anni fa dalla nostra Costituzione — sia pure con alcune modifiche non decisive (principale delle quali l’esistenza di una Corte costituzionale) — e che si sostanzia per l’appunto nell’assoluta centralità del Parlamento.
La realtà e il motivo primo di tale crisi sono presto detti. Stanno nel fatto che il Parlamento — il quale, è bene ricordarlo, resta pur sempre il solo organo del potere legittimato in via diretta dalla sovranità popolare — non solo non è più al centro del processo politico reale, ma non è più al centro di nulla: neppure del processo di formazione delle leggi, essendo perlopiù divenuto, ormai, solo una sede passiva di convalida e ratifica di decisioni prese comunque altrove.
Questo è quanto è più o meno accaduto, beninteso, in quasi tutte le democrazie. Ma con un’importante differenza. Mentre altrove, infatti, lo storico declino del Parlamento è andato sì di pari passo con un aumento del potere di fatto dei partiti, ma si è comunque accompagnato anche a un aumento delle prerogative del governo e/o del suo capo (dal dominio sull’agenda dei lavori parlamentari alla preminenza assoluta del premier nei confronti degli altri ministri, fino al potere di sciogliere le Camere o di essere sfiduciato ma solo previa indicazione da parte del Parlamento del suo successore) solo in Italia, invece, il suddetto declino parlamentare si è accompagnato a una crescita esclusivamente del ruolo e del potere dei partiti. Sarà pure da ricordare che proprio la crisi storica della centralità del Parlamento ha motivato altrove, in un gran numero di casi, l’adozione di sistemi di democrazia presidenziale o semipresidenziale. Solo in Italia, invece, come dicevo, siamo sempre rimasti formalmente in una condizione di classica democrazia parlamentare, ma con l’intero potere politico nelle mani dei partiti, di fatto padroni assoluti del Parlamento. E con esso del governo, alla completa mercé delle maggioranze partitiche.
È stata questa, per l’appunto, la stagione del lungo dopoguerra, della partitocrazia dominatrice della Prima Repubblica. Ma con la fine di quest’ultima, dopo il crollo del muro di Berlino e dopo le inchieste di Mani pulite, è accaduto che la forza e il prestigio dei partiti siano andati rapidamente declinando fino a diventare l’ombra di ciò che erano. È a questo punto — si tratta della fase nella quale siamo immersi da anni — che si è creato un vuoto gigantesco: con un Parlamento espropriato da sempre, con i partiti ridotti allo stato evanescente, con un presidente del Consiglio e un governo tradizionalmente privi di poteri propri significativi. Ed è a questo punto, e per queste ragioni, che ha cominciato a diventare sempre più centrale e incisivo il ruolo del presidente della Repubblica.
Fino a diventare assolutamente determinante nell’ultima crisi di governo allorché, mentre era ancora formalmente in carica il ministero Berlusconi che aveva preannunciato le proprie dimissioni, Napolitano, nominando senatore a vita il professor Monti — prima ancora che avesse inizio qualunque consultazione con i gruppi parlamentari, per il momento ancora detentori formali del potere di convalida — ha reso evidentissime le proprie intenzioni e la propria designazione. Ma mettendo così i partiti, ridotti ormai allo stato larvale, di fronte al fatto compiuto, nell’impossibilità politica di rifiutare il proprio sostegno a un governo destinato ad assommare in sé, in modo singolarissimo, la duplice natura di «governo dei tecnici» e insieme di «governo di unità nazionale» (cioè del governo più politico che ci sia, quello per esempio tipico dei periodi di guerra).
In una materia così delicata è bene essere chiari, anzi chiarissimi. Il presidente della Repubblica non ha certo commesso alcun atto contro la Costituzione, men che meno ha «sospeso la democrazia». Con ogni probabilità, la sua azione — dai tratti così oggettivamente «estremi» — è valsa a riacchiappare per i capelli una situazione del Paese che forse era a un passo dall’andare fuori controllo. E che proprio perciò ha reso inevitabile il ricorso a procedure così insolite. Ma ciò non muta la sostanza: e cioè che l’equazione reale dei poteri pubblici italiani, il quadro dei loro rapporti effettivi, sono ormai lontani dallo schema disegnato nella nostra Carta costituzionale. Solo un cieco potrebbe negarlo. Nell’ambito che stiamo qui discutendo, la Costituzione «materiale» ormai vigente, le sue regole che ormai cominciano ad avere valore di «precedente», hanno, per così dire, un rapporto sempre più problematico con la Costituzione scritta del lontano 1948. Secondo il mio umile parere sarebbe una degna conclusione del settennato del presidente Napolitano se, con un solenne messaggio alle Camere, proprio lui — che di quella Costituzione ha sondato come nessun altro tutta l’elasticità interpretativa, ma sempre servendone con lealtà lo spirito — proprio lui, dicevo, indicasse agli Italiani la necessità di apportarvi le necessarie e ormai improcrastinabili modifiche.
Ernesto Galli della Loggia

PIERO OSTELLINO 28 DICEMBRE 2011

GIULIO TREMONTI, 30 DICEMBRE 2011
Caro direttore, sono rimasto molto colpito dagli articoli di Ernesto Galli della Loggia («La debolezza dei partiti») e di Piero Ostellino («Le responsabilità collettive nelle oscillazioni dello spread»), entrambi pubblicati sul Corriere del 28 dicembre.
L’articolo di Galli della Loggia inizia sostenendo che in Italia «non c’è alcuna democrazia sospesa», ma finisce chiedendo una radicale modifica della nostra Costituzione.
Non c’è contraddizione tra il principio e la fine dell’articolo, ma ne serve una spiegazione. Una prima spiegazione l’ha data Galli della Loggia. Provo qui di seguito a dire la mia.
La Repubblica italiana comincia la sua storia senza debito pubblico, spazzato via dalla sconfitta in guerra e dalla grande inflazione, ma è per contro caratterizzata da un’altissima «cifra» politica, somma di ideologia, geografia, etologia. Ideologia: la forma politica costituente e costituzionale era allora quella del «partito politico». Ogni grande partito politico aveva allora una sua propria ideologia: più o meno forte, più o meno dogmatico, più o meno giusto, un apparato di valori e principi che ne costituiva il protocollo regolativo e operativo. Geografia: la «cortina di ferro» determinava nel mondo la centralità politica dell’Italia, tanto a Nord Est, quanto nel Mediterraneo. Etologia: tutti i grandi partiti avevano, più che leader fortissimi, fortissimi «gruppi dirigenti». Pur se, al principio, eletto a vita, il segretario del Pci doveva comunque fare i conti con il suo gruppo dirigente. Tutti i leader democristiani erano educati e abituati ad agire in gruppo, e non da soli, ruotando sistematicamente nelle posizioni di partito e di governo.
La struttura della Repubblica cambia al principio degli anni Settanta. Gli artisti hanno la capacità di intuire, prima degli altri, tanto il cambiamento quanto il suo impatto sociale: Lina Wertmuller, con Mimì metallurgico (1972); Pier Paolo Pasolini con l’articolo sulle lucciole, pubblicato sul Corriere della sera sotto il titolo «Il vuoto del potere in Italia» (1975). Che cosa era successo, che cosa stava succedendo? Con il passaggio dall’agricoltura all’industria, dalle campagne alle città, da Sud a Nord, con colossali migrazioni di massa, l’Italia entrava nella modernità. Per grande e nobile scelta politica — di Moro, di Berlinguer e di altri — il costo sociale della modernizzazione così in atto nel nostro Paese fu, a partire dalla prima metà degli anni Settanta, finanziato con spesa pubblica fatta in deficit. Alcune parole talvolta ritornano: erano gli anni della «unità nazionale». Non una colpa, ma un merito della «centralità del Parlamento» nel «compromesso storico». Questa politica illuminata degenerò solo negli anni successivi, prima incrociando la grande inflazione che, facendo lievitare i tassi di interesse, costrinse l’Italia a indebitarsi per pagare gli interessi sul suo debito; poi ancora incrociando e alimentando la corruzione politica, spostandoci fuori dal principio democratico fondamentale «no taxation without representation»: più si spendeva a debito, più voti si prendevano; peggio si spendeva, più preferenze si prendevano. È così che fu firmata una cambiale col diavolo. È così che fu aperta la fabbrica del debito pubblico. È così che la democrazia italiana degenerò in «democrazia del deficit».
La cambiale del debito pubblico arrivò alla sua prima scadenza al principio degli anni Novanta, determinando la fine della «Prima Repubblica» e il principio della «Seconda Repubblica». Anche questa giunge ora alla fine, proprio per effetto del debito pubblico. Ormai si può cominciare a farne la «storia». A partire dagli anni Novanta, nel mondo, le principali mutazioni sono: la caduta delle ideologie, portata dalla globalizzazione; simmetricamente, la banalizzazione della politica; il declino dei partiti; l’emergere del mercato come super efficiente facente funzione della politica. In Italia questo processo generale ha avuto una evoluzione particolare nel rafforzamento compensativo tanto della presidenza del Consiglio, quanto della presidenza della Repubblica. Da ultimo, e sempre per ragioni compensative, il travaso di potere è avvenuto verso la presidenza della Repubblica. Va comunque riconosciuto alla «Seconda Repubblica» e ai suoi governi — tanto di sinistra quanto di destra — il merito di avere governato non facendo, ma riducendo il debito pubblico, portandolo — prima dell’esplosione della crisi — vicino all’obiettivo storico del 100% sul Pil. Poi appunto è esplosa la crisi: prima gli Stati occidentali hanno senza condizioni salvato la finanza. Oggi è la finanza che senza pietà attacca gli Stati sui loro debiti pubblici, mettendoli in drammatica competizione tra di loro: ogni 8 secondi si emette 1 milione di dollari di debito pubblico; le operazioni speculative in «derivati» sui titoli pubblici sono letteralmente esplose negli ultimi sei mesi. La politica fatta in Europa nell’ultimo anno, creando sfiducia, ha fatto il resto. In ogni caso, e questo vale tanto per il precedente, quanto per il governo in carica, la velocità di crescita del debito pubblico italiano è stata ed è comunque nettamente inferiore a quella degli altri debiti pubblici europei e non solo. Evidentemente non basta ancora.
L’articolo di Ostellino centra a mio parere l’essenza politica del nostro problema. Un problema che non è solo economico, ma anche e soprattutto politico, non limitato e non limitabile al cambio di alcune norme: la «scarsa credibilità» del Paese impone di uscire dalla crisi «cambiando registro». L’impressione è che alcuni partiti intendano invece gestire il futuro prossimo delegando, logorando, aspettando che i sondaggi gli aprano una finestra di opportunità. Per tornare a sbattere. Il bipolarismo è stato inventato per il governo della normalità. Si stenta ancora a capire che siamo in guerra: la guerra del debito pubblico. Come ci siamo «uniti» quarant’anni fa per sottoscriverne a fin di bene la cambiale, così ora dobbiamo unirci per provare ad onorarne la scadenza. Non i partiti che «concedono» il cambio di registro di cui scrive Ostellino, ma il popolo che lo chiede, ciascuno rinunciando a qualcosa per avere qualcos’altro: unità e federalismo, legge (ce ne sono troppe) e libertà (ce ne è troppa, ma fuori dalla legge), giovani e vecchi, fortunati e sfortunati, Nord e Sud, ricchi e poveri. Se la politica, se la nostra democrazia non è capace di aprire il cantiere del cambiamento costituzionale, allora possiamo dire che è davvero a rischio. Non si dimentichi che nella storia non ci sono forme politiche a vita eterna. Per secoli e fino alla «Grande guerra» la monarchia era la forma politica addirittura prevalente. Oggi non se ne parla più. Non si vorrebbe questo il destino della democrazia.
Ex ministro dell’Economia, deputato pdl