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 2011  dicembre 30 Venerdì calendario

DAL NOSTRO INVIATO GIUSEPPE SARCINA

BRUXELLES — Ma da dove viene? E, soprattutto, dove vuole (o può) arrivare? Prima di diventare il leader più autoritario (e ansiogeno) d’Europa, l’ungherese Viktor Orbán, 48 anni, è stato un oppositore del regime comunista, si è laureato in legge (con tanto di stage a Oxford), ha professato idee social-liberali, ha fatto il parlamentare europeo fino a ricoprire la carica di vicepresidente del Ppe. Dieci anni fa, quando guidò per la prima volta il governo, Orbán si preoccupava di tagliare le tasse, ridurre la disoccupazione e guidare il suo Paese all’appuntamento con l’Europa. Ora, tornato al potere nell’aprile del 2010, farnetica sul ritorno della Grande Ungheria (ma forse si accontenterebbe anche del formato medio uscito dopo la Prima guerra mondiale). Intanto minaccia di ridurre la Banca centrale a semplice «ufficio bolli» dell’esecutivo, di soffocare definitivamente giornali e televisioni non graditi, di varare una grottesca legge elettorale che favorirebbe in modo smaccato il Fidesz, «l’Alleanza dei giovani democratici», il partito fondato nel marzo del 1988 dall’Orbán che il mondo sta imparando a conoscere.
Da giorni Budapest è una città tesa. Il 23 dicembre i deputati dell’opposizione si sono addirittura incatenati davanti al Parlamento, un grandioso edificio neogotico costruito nel 1844 sulla sponda destra del Danubio, proprio di fronte al Castello di Buda, arcigno simbolo dell’assolutismo monarchico, costruito in pieno Medioevo dal principe Stefano e ampliato da Sigismondo, sovrano del Sacro romano impero. Divagazioni? Non proprio, visto che nei mesi scorsi il partito del nuovo leader, mentre il debito pubblico quasi raddoppiava, mobilitava la schiacciante maggioranza conquistata in Parlamento (due terzi dei seggi) per inzeppare la nuova Costituzione, che entrerà in vigore dal primo gennaio, con riferimenti alla mitologia e alla retorica nazionalistica, con Santo Stefano, la Sacra Corona, la diaspora delle minoranze magiare nel centro Europa.
«Sembra di essere tornati agli anni 50», racconta al telefono da Budapest Zita Gurmai, europarlamentare ungherese, responsabile per le pari opportunità del gruppo Socialisti e democratici. C’era anche lei, la settimana scorsa, davanti al Parlamento: «La polizia ha arrestato persino i deputati, compreso l’ex primo ministro Ferenc Gyurcsány. Mi amareggia molto dirlo, ma oggi, con queste leggi e con questa guida, l’Ungheria non sarebbe ammessa nell’Unione Europea, perché non soddisfa più "i criteri di Copenaghen" sulla democrazia e il primato della legge».
I governi europei e le stesse istituzioni di Bruxelles ci hanno messo più di un anno per capire. Nel gennaio scorso Orbán si presentò davanti all’Europarlamento in veste di presidente di turno della Ue. L’emiciclo gli riservò un’accoglienza ruvida, paragonabile a quella accordata a Silvio Berlusconi nel 2003. Ma nessuno, in alcuna capitale europea, evocò neanche l’ipotesi di mettere l’Ungheria al bando dell’Europa. Perché la «deriva autoritaria» di Budapest, come ormai la definiscono molti giornali internazionali, nasce anche dall’imbambolamento generale degli ultimi 8-10 anni. Non solo alla Grecia, ma anche al governo del socialista Gyurcsány, è stato concesso, per esempio, di giocare con i bilanci pubblici. Del resto l’Ungheria non ha mai dato problemi a Bruxelles. Ah sì: lo scontro nel 1993 tra i viticoltori friulani e i rivali del lago Balaton per la denominazione del vino Tokai (vittoria ungherese). Cose da niente, un’innocua nota di colore, rispetto al grande disegno dell’allargamento, al destino europeo dell’Ungheria, il Paese dell’ex blocco comunista più aperto al mondo. Bene, evidentemente anche questo concetto va riposto nella soffitta dei luoghi comuni che si fa sempre più affollata. Gli Stati Uniti si sono già mossi, con una secca lettera di protesta indirizzata al premier ungherese e firmata dal segretario di Stato, Hillary Clinton. Nel Parlamento europeo si comincia a esaminare la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona: via i diritti di voto a chi non rispetta i principi fondamentali dell’Unione, cioè libertà, democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo e dello Stato di diritto. Tutti valori che, almeno quelli, sembravano inattaccabili. Anche in Ungheria.
Giuseppe Sarcina

GIORGIO PRESSBURGER
«Oh beata Ungheria se non si lascia / più malmenare» così esclama Dante nel diciannovesimo canto del Paradiso, che si svolge tra il 13 e il 14 aprile del 1300. Quindi, settecento undici anni fa. Malmenare da chi? Malmenare come? Dante si riferisce ai cattivi re, del casato di Árpád, che avevano regnato fino ad allora su quella nazione. Questa era l’opinione di Dante più di sette secoli fa, ma come esclamerebbe oggi questo immenso poeta se considerasse gli attuali avvenimenti di quel notevolissimo Paese dell’Europa centrale? Sarebbe contento di quello che vede e immagina? Il fatto è che tra due giorni quella nazione avrà una Costituzione nuova, votata da un Parlamento dominato da una maggioranza che ha vinto le elezioni dell’anno scorso con più di sessanta percento dei voti, quindi praticamente in grado di governare come vuole. Questa volontà, stando alla nuova Costituzione, sottopone tutti i mezzi di comunicazione a uno stretto controllo. Giornali, televisione, radio, tutti «nelle mani» del governo. L’ultima emittente radiofonica indipendente chiamata Club Rádiò sarà chiusa in febbraio. La scelta dei magistrati dipenderà dal governo e dal suo capo, l’assegnazione dei processi a questa o quella sede avverrà allo stesso modo. Anche i prèsidi delle scuole saranno scelti con questo criterio. L’Ungheria non si chiamerà più Repubblica ungherese ma Paese magiaro. Un giornale austriaco scrive che l’Ungheria è indietro rispetto al presente per quanto riguarda le banche, le leggi sul lavoro, l’insegnamento della religione e le questioni di cui abbiamo parlato prima. Pare che il capo del governo Viktor Orbán non veda di buon occhio l’appartenenza del suo Paese all’Unione Europea, perché non vuole condividere le direttive con nessuno. «Anche al di fuori dell’Unione Europea c’è vita» pare che abbia dichiarato. Sì, è così: ma l’Ungheria ha fatto parte, da quando esiste, cioè da mille dodici anni, dell’Europa dove ha avuto un ruolo molto importante, a volte determinante. Eppure spesso, quando non è stata vinta in guerra, o soggiogata, martirizzata, si è lasciata «malmenare», guidare male, dai suoi re o oligarchi (duchi, principi, signorotti).
Che cosa ne direbbe Dante, un poeta, artista e uomo politico di una grandezza e rigore universali? Penso che resterebbe malissimo. Perché l’Unione Europea è una delle massime creazioni politiche di tutta la storia dell’umanità. Popoli di un continente che per millenni si sono combattuti, massacrati, invidiati, odiati, sterminati, finalmente trovano una solidarietà, un modo di convivenza mai conosciuti prima: la politica raramente ha potuto vantare una tale conquista. Che un membro di questa comunità, per quanto da migliorare ancora e parecchio, ma pur sempre una comunità e non un mattatoio universale, che un membro decida di uscirne per disprezzo e scarso tornaconto vorrebbe dire, tutto sommato, dimostrare disprezzo per la vita umana.
Gli ungheresi, il popolo ungherese, nella sua totalità, non è così. Ha sopportato tanto nel corso del millennio, dal 896, da quando è entrato nel bacino dei Carpazi, fino a ieri. Però sempre si è fatto onore. Nel corso della Seconda guerra mondiale il Paese (cioè i suoi governanti di allora) si è alleato, al pari dell’Italia, con i nazisti della Germania. Quello non è stato un atto d’onore. Ma l’Ungheria si era infestata di orrendi razzisti, di veri sanguinari assassini. Questi però non rappresentavano gli ungheresi. Il popolo ungherese come quello italiano non è razzista, se questi sentimenti non vengono inculcati con i mezzi più subdoli e purtroppo efficaci, studiati scientificamente da gruppi politici. L’uomo è un essere sociale, non rifiuta lo straniero, lo sconosciuto. Perché a tutti i costi vogliono invece insegnargli l’odio e la violenza? Oggi in Ungheria, come in Italia, hanno in qualche modo ridestato queste ombre, questi zombie. Cosa direbbe Dante di fronte a questo? «Va! Ammazza quei fetidi rom! Elimina dal mondo gli ebrei|!»? Griderebbe così? Credo, sono certo che nessuno osi pensare questo.
Nemmeno Orbán lo pensa. Ha da risolvere gravi problemi economici. La sua popolarità, da quel 66 per cento secondo sondaggi di questi giorni, sarebbe scesa al 23 percento. Sessanta ungheresi su cento, stando alla stampa austriaca (per la quale l’Ungheria è da osservare attentamente) dichiara che sotto il comunismo avevano vissuto meglio che nel corso del 2011. La Costituzione di cui abbiamo parlato entrerà in vigore, e Dante sarebbe condannato a morte e vivrebbe in esilio di nuovo, perché non approverebbe tutto questo e griderebbe con tutte le sue forze questa disapprovazione, come ha fatto a Firenze, per questioni del suo tempo.
Un’ultima osservazione. In questo momento l’Ungheria è l’unica nazione in tutta l’Europa centrale (Mitteleuropa) dove si è giunti a tanto. Per il resto di quei Paesi, al momento non esiste un pericolo di questa portata. Ricordiamoci che due guerre mondiali sono scoppiate in quell’area della Terra! Quindi attenzione. Molta attenzione. Anche Orbán sa tutto questo e giocando con il suo destino e il destino altrui sa benissimo quanto è pericoloso questo gioco.
Oh beata Ungheria se non si lascia / più malmenare.