Varie, 30 dicembre 2011
Salvatore Ligresti, «l’uomo chiave del capitalismo italiano», «“mister 5 per cento”, come lo chiamavano per quei pacchetti azionari - piccoli ma spesso decisivi - che gli permettevano di esercitare il suo potere nella banca d’affari Mediobanca, nella Pirelli di Marco Tronchetti Provera, nel quotidiano “Corriere della Sera”» (Luca Piana), il 23 dicembre ha firmato la resa: il consiglio di amministrazione di Fondiaria-Sai, la seconda compagnia di assicurazioni italiana, ha chiesto ai soci un aumento di capitale da 750 milioni, necessari per per far fronte agli impegni con gli assicurati
Salvatore Ligresti, «l’uomo chiave del capitalismo italiano», «“mister 5 per cento”, come lo chiamavano per quei pacchetti azionari - piccoli ma spesso decisivi - che gli permettevano di esercitare il suo potere nella banca d’affari Mediobanca, nella Pirelli di Marco Tronchetti Provera, nel quotidiano “Corriere della Sera”» (Luca Piana), il 23 dicembre ha firmato la resa: il consiglio di amministrazione di Fondiaria-Sai, la seconda compagnia di assicurazioni italiana, ha chiesto ai soci un aumento di capitale da 750 milioni, necessari per per far fronte agli impegni con gli assicurati. [1] Giovanni Pons: «La quota di Premafin rischia di azzerarsi, lasciando Salvatore Ligresti e famiglia letteralmente in braghe di tela». [2] Sinergia e Imco, le holding dei Ligresti, non hanno più risorse da iniettare nella finanziaria che controlla Fonsai. [3] Francesco Spini: «Assai difficilmente Premafin potrà trovare i mezzi per evitare la diluizione che, dal 35,7% attuale, porterà la partecipazione tra l’8% e il 12-13%». [4] Premafin appartiene per il 30% ai figli dell’ingegnere (Jonella, Giulia, Paolo), il 20% è di Sinergia (in pegno), il 2,5% è custodito in Agricole Suisse, il 5% è di Vincent Bolloré. [5] Piana: «Come in tutti i drammi finanziari che si rispettino, c’è un mistero: come emerso nei giorni scorsi, una quota del 20 per cento della Premafin è infatti in mano a una serie di società con sede nei più inaccessibili paradisi offshore». [1] Su sollecitazione della Consob, il 13 dicembre il trust Ever Green security si è manifestato con un fax da Panama City come nuovo socio di Premafin (7,85%). Sergio Bocconi: «Il trust “è regolato dalla legge delle Bahamas”, al pari di The Heritage trust, l’altro socio occulto (con una quota del 12,15%) di Premafin, spuntato il 5 dicembre con una comunicazione del trustee monegasco Giancarlo De Filippo, considerato vicino alla famiglia Ligresti”». [6] Wilbor e Kastenberg, “anstalt” (fondazioni di diritto lussemburghese) che fanno capo a Ever Green, hanno domicilio identico ad Anif, Scheib e Wifer, che fan capo a The Heritage. Spini: «Il collegamento, dunque, è assai probabile». [7] Le azioni off-shore sono di Ligresti? In attesa di risposte (indaga anche la magistratura), quel che sembra certo è che il percorso immaginato dall’ingegnere s’interrompe: Mediobanca e Unicredit, si dice, chiedono da mesi l’allontanamento dei figli dalle cariche operative del gruppo. Piana: «A dispetto degli stipendi d’oro pagati loro dagli azionisti, non si sono mostrati all’altezza del padre: Jonella ha presieduto la Fondiaria in questi anni disastrosi; Giulia, che a lungo ha sperato di sfondare nella moda (faceva le felpe Fiat indossate da Lapo Elkann), ha avuto la stessa responsabilità in Premafin; mentre Paolo ha condotto la deficitaria avventura degli Atahotels». [1] Margine di solvibilità sotto la soglia minima regolamentare (90% contro 100%), perdita per l’anno in corso (al netto del carico fiscale) di circa 925 milioni di euro, il cda non ha potuto che allertare i soci sull’aumento di capitale «da eseguirsi entro il 30 giugno del 2012» (avvio «entro marzo»). [4] Per salvarsi Ligresti dovrebbe trovare qualcuno disposto a rilevare il controllo di Premafin e per questa via seguire l’aumento di capitale, ma Mediobanca si oppone. Pons: «Tramite l’alleato Unicredit sta negando qualsiasi tipo di ristrutturazione del debito nelle società a monte, dove la banca di Piazza Cordusio è esposta per 550 milioni. La scelta di Dieter Rampl e Federico Ghizzoni, solo sei mesi fa, di sostenere ancora Ligresti erogando nuovo credito alle finanziarie ed entrando direttamente nel capitale Fonsai si sta rivelando disastrosa. Dei 180 milioni investiti 160 si sono volatilizzati con il crollo del titolo in Borsa e ora gli azionisti Unicredit dovrebbero chiedere conto di tale insipienza». [2] Obbligata in passato dall’autorità antitrust a uscire dall’azionariato di Fonsai e dalla sua governance in quanto principale azionista di Generali, Mediobanca lavora in pieno conflitto di interessi. Pons: «Ma è rimasta creditrice del gruppo di Ligresti con un’esposizione di oltre un miliardo di euro, che rischia di svalutarsi pesantemente se la società non verrà posta velocemente fuori pericolo. Il tutto è complicato dal ruolo di Unicredit, che a sua volta è azionista di Mediobanca e Fonsai e creditore per 550 milioni verso il gruppo Ligresti a vari livelli della catena. In qualità di principale prestatore, Unicredit sta frenando qualsiasi ristrutturazione del debito nelle scatole di Ligresti finché non verrà trovato un nuovo azionista in grado di risollevare il gruppo. Ma questa forma di ostruzionismo secondo le regole antitrust è anche una forma di limitazione della concorrenza e dunque tutti stanno camminando sulle uova». [8] «La vendetta è ormai completata: Ligresti aveva tradito Maranghi e i suoi successori Pagliaro e Nagel da allora hanno lavorato con un solo obbiettivo, mettere nell’angolo il costruttore siciliano» (un «finanziere milanese di lungo corso»). [2] Riccardo Sabbatini: «La storia era iniziata nel febbraio del 2002, quando Enrico Bondi fu estromesso a sorpresa dall’incarico di Ad che gli era stato affidato pochi mesi prima con il compito di condurre a termine l’integrazione tra le preesistenti società appena fuse. Ma soprattutto - nelle intenzioni di Mediobanca, grande regista dell’operazione – di stemperare la natura familiare di quel gruppo che era giunto a scalare la classifica delle compagnie italiane acquisendo la leadership nella Rc auto. Tutto inutile. Appena il tempo di incassare il primo prestito subordinato di Mediobanca (in tutto ne sono stati erogati per 1,050 milioni) ed il fondatore del gruppo Salvatore metteva alla porta quell’austero manager fiorentino con la motivazione ineccepibile che, dopotutto, i soldi ed il rischio erano a carico della famiglia». [9] Con Fonsai i Ligresti hanno integrato il business assicurativo con quello immobiliare caratteristico della loro famiglia. Sabbatini: «Un imprenditore edile ha un problema di liquidità, prima costruisce un edificio e poi passa all’incasso. Proprio il contrario di un assicuratore che incamera i premi e poi eroga il servizio (i risarcimenti). I Ligresti hanno integrato i due business. Quando la Consob scoperchiò (2010) la pentola delle operazioni in conflitto d’interesse, apparve evidente il gran numero di finanziamenti (per oltre 200 milioni) accordati negli anni dalla compagnia alle società immobiliari della famiglia». [9] Piana: «Ligresti è caduto solo ed esclusivamente per colpa sua». [1] Memorabili alcune voci del bilancio 2010 del gruppo assicurativo. Piana: «I 5,2 milioni di euro pagati a Salvatore per “consulenze tecnico-immobiliari”; i 3,6 girati alle società di comunicazione e pubblicità di Giulia; gli 1,7 versati per la sponsorizzazione della scuderia ippica di Jonella. Una cifra, per dire, che equivale a quanto incassano squadre di calcio come Palermo e Udinese per mettere il nome dello sponsor sulla maglia». [1] Sabbatini: «Per anni le retribuzioni degli azionisti-manager Ligresti sono state spropositate. Nel 2008, ad esempio, Jonella Ligresti incassò compensi per 4,4 milioni superiori a quelli dell’Ad di Generali Giovanni Perissinotto (2,4 milioni) e del presidente di Axa Henry de Castries (3,3 milioni)». [9] Simili condotte sono state rese possibili dal trend favorevole della Rc auto che ha caratterizzato il mercato fino al 2008. Sabbatini: «Ma quando il trend è cambiato i nodi sono venuti al pettine». [9] La caduta di Ligresti è stata accelerata dai recenti rovesci degli storici alleati Silvio Berlusconi e Cesare Geronzi? Piana: «Da vecchio craxiano si è ritrovato spesso a fiancheggiare le sortite finanziarie di Berlusconi. Un esempio per tutti: lui e l’ex premier erano fra i grandi soci della banca romana Capitalia quando questa, con la regia di Geronzi, confluì in Unicredit. Entrambi entrarono così nell’azionariato del nuovo gruppo, guidato all’epoca da Alessandro Profumo, e Ligresti si sedette addirittura in consiglio di amministrazione». [1] «Il finale è ancora da scrivere» (Pons). [8] Al contrario del padre, Paolo, Jonella e Giulia Ligresti sarebbero disponibili a passare la mano. [10] Sabbatini: «Difficile immaginare, nell’immediato, una soluzione industriale. Le compagnie italiane sembrano infatti fuori gioco, chi per motivi Antitrust (Generali), chi per fragilità finanziaria o dimensioni troppo modeste per un boccone robusto come quello di Fondiara-Sai. Quanto a gruppi esteri, non mancano quelli che esibiscono floridi conti patrimoniali (ad esempio la Zurich o Allianz) ma alcuni non mostrano interesse e sono comunque preoccupati del “rischio Italia”. Nessuno, al momento, appare al lavoro sul dossier». [11] Per sanare la situazione Premafin servono 240 milioni, più 260 per seguire l’aumento di capitale con una quota del 35%. Pons: «A quel punto conviene lanciare direttamente un’Opa su Fonsai, che ormai capitalizza in Borsa meno di 300 milioni. Ma anche a questi prezzi è difficile trovare un gruppo assicurativo internazionale disposto a investire in Italia, di questi tempi». Mediobanca punta a far scendere in campo il fondo Clessidra di Claudio Sposito. [8] L’advisor Gerardo Braggiotti ha contattato Matteo Arpe (Sator): «Un’opzione per il 51% di Premafin sarebbe il primo passo, esente da Opa perché trattasi di salvataggio. Ma perché diventi un affare occorre che le banche ai piani di sopra si siedano al tavolo per ristrutturare il debito, cosa che finora hanno negato. Bisognerà vedere se questa posizione sarà sostenibile a lungo, anche se un ingresso di Arpe in Fonsai vorrebbe dire mettere in mani esterne al sistema il 5% di Mediobanca e il 5% di Rcs, gangli vitali della finanza italiana». [2] Note: [1] Luca Piana, L’espresso 5/1/2012; [2] Giovanni Pons, la Repubblica 24/12; [3] Sara Bennewttz, la Repubblica 30/12; [4] Francesco Spini, La Stampa 24/12; [5] Sergio Bocconi, Corriere della Sera 27/12; [6] Sergio Bocconi, Corriere della Sera 30/12; [7] F. Sp. La Stampa 30/12; [8] Giovanni Pons, la Repubblica 28/12; [9] Riccardo Sabbatini, Il Sole 24 Ore 24/12; [10] Massimo Rastelli, Il Giornale 23/12; [11] Riccardo Sabbatini, Il Sole 24 Ore 27/12.