Mimmo Lombezzi, il Fatto Quotidiano 28/12/2011, 28 dicembre 2011
YUKIO, L’UOMO CHE CONVINCE A NON SUICIDARSI
Ogni mattina, quando apre il suo caffè, a Tojimbo, sulla costa orientale del Giappone, il signor Yukio Shige dispone i tavolini e dà da mangiare ai gatti badando che i corvi non li attacchino. Cupi come “Gli uccelli” di Alfred Hitchcock, pattugliano senza sosta le scogliere che fronteggiano le coste della Corea come se aspettassero qualcosa. Le rocce, spettacolari, attirano centinaia di turisti, ma se uno si affaccia sull’abisso si sente risucchiato dalle onde nere che brontolano 20 o 30 metri più in basso. “Fantasmi? – risponde il signor Shige camminando tranquillamente sull’orlo dal baratro – “Sì, dicono che qui sia pieno e anch’io li ho visti. Ricordo quello di una bambina, proprio lì su quella roccia”. Itsuo Tsuda, un “filosophe” giapponese che visse a Parigi negli anni 80, scriveva che i fantasmi condensano l’energia residua di persone morte prematuramente. Questo spiega le ombre di Tojimbo.
DA MEZZO secolo, infatti, è la meta dei giapponesi che vogliono togliersi la vita. “Di solito si siedono laggiù”, racconta il signor Shige indicando una panchina solitaria, “contemplano il mare per un po’, poi, al tramonto, raggiungono le rocce e si gettano di sotto. Lo scorso ottobre da quel picco si sono lanciati una mamma e il figlio. Lei è morta all’istante mentre il figlio è finito in mare e ha riportato gravi lesioni. Ho chiamato l’elicottero e sono riusciti a salvarlo”. Tojimbo potrebbe essere definita “la scogliera dei ricordi”, quelli effimeri dei turisti che posano per una foto e quelli, densi di bilanci, dei suicidi che li passano in rassegna prima di consegnarli al mare. “Quando saltano, i giovani prendono lo slancio e a volte sopravvivono perché cadono fra le onde – racconta Shige – gli anziani invece muoiono subito perché cadono direttamente sugli scogli”.
Sulle spiagge intorno a Tojimbo è facile trovare vecchi cartelli che mettono in guardia i bagnanti dal rischio di sequestro. I disegni mostrano imbarcazioni gremite di facce minacciose. Sino a poco tempo fa, infatti, i marines nord-coreani sbarcavano per catturare giapponesi da usare come cavie linguistiche per migliorare la pronuncia delle spie di Pyongyang usate contro Tokyo. Nello stesso posto, l’ex-poliziotto Yukio Shige, ha inaugurato un’altra serie di ‘sequestri’, derubando la Morte.
Armato solo di un binocolo, pedina coloro che si attardano un po’ troppo a guardare il vuoto, poi li avvicina e gli parla. “Vede quella roccia?” dice, mentre i corvi gli urlano insulti incomprensibili, “Soltanto lì ne ho salvati venti. Le ragioni dei suicidi sono varie: difficoltà a tirare avanti, debiti, malattie, depressioni, contrasti fra genitori e figli, ma quella che sta diventando sempre più frequente ora è il fatto di perdere il lavoro”.
In una piccola casa a mezz’ora dalla scogliera, il signor Shige ha raccolto alcuni dei disperati che è riuscito a salvare. Vivono insieme senza mai parlare delle ragioni che li hanno spinti sull’orlo dell’abisso e cercano, faticosamente, di ricominciare a vivere. L’unico che accetta di parlare ha 50 anni. “Ero stanco” dice, “ho vissuto in solitudine per 15 anni. Ma adesso è cambiato tutto. Mi interessa la vita degli altri e mi interessa la mia”. Yukio Shige, il poliziotto che deruba la morte, è riuscito a salvare centinaia di persone soltanto parlandogli. “Quando li avvicino si mettono a piangere”, dice, “è come se aspettassero solo che qualcuno gli parli”.
PAROLE che fanno pensare a Giovanni Schiavon, l’ultimo degli imprenditori suicidi e alle centinaia di operai, precari e disoccupati “over-40” che si sono tolti la vita dall’inizio della crisi, senza che nessuno gli rivolgesse una parola. Mentre si buttavano miliardi per finanziare gli appalti del terremoto o il ‘progetto-capestro’ del ponte di Messina, nessuno ha pensato a un fondo di emergenza, per salvare chi stava per farla finita. Luca Peotta e quelli di “Imprese che resistono” lo hanno fatto, di tasca loro, inventandosi dei prestiti a tasso zero, ma per tutti gli altri c’è stato solo il silenzio, riempito dal mantra a reti unificate che “la crisi non esiste”.
articolo tratto da “Storie di confine”
in onda su retequattro il 13 gennaio 2012