Giuseppe Oddo, Il Sole 24 Ore 28/12/2011, 28 dicembre 2011
UN DIVORZIO SENZA RIMPIANTI
Edison a Edf, ovvero allo Stato francese, suo azionista di maggioranza assoluta, e Edipower a A2a e Iren, le due principali società di servizi pubblici comunali del Nord Italia. Si chiude così, a distanza di dieci anni dall’arrivo del colosso d’Oltralpe e grazie alla mediazione del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, la grande contesa per il controllo del mercato nazionale dell’energia elettrica. Correva l’anno 2001 quando il presidente di Electricité de France François Roussely dava l’assalto in Borsa a Montedison, la holding guidata da Enrico Bondi che aveva come socio di controllo, in quel periodo, la Mediobanca di Vincenzo Maranghi. Siccome i primi rastrellamenti erano stati condotti dal finanziere Romain Zaleski, la mossa apparve lì per lì come l’inizio di una guerra per cacciare da Via Filodrammatici l’erede di Enrico Cuccia. In effetti la scalata segnò l’inizio di un rapido declino di Maranghi, ma del nostro capitalismo a Edf non importava niente. Ciò apparve chiaro quando i francesi, per ingraziarsi il governo, accettarono di pagar pegno imbarcando Fiat in Italenergia, la società da cui fu lanciata l’Opa su Montedison. A Edf e al governo francese, che l’ha sempre sostenuta, importavano due cose soltanto della holding milanese di Foro Buonaparte: la controllata Edison e la possibilità che questa le offriva di entrare dalla porta principale in uno dei più grandi mercati elettrici liberalizzati d’Europa. Per un decennio non hanno pensato ad altro coloro che si sono alternati al vertice di Edf e a niente sono valsi i tentativi di sbarrar loro la strada. Del resto, che i francesi ambissero a conquistare una quota rilevante della produzione elettrica italiana lo confermano gli eventi successivi al loro insediamento in Montedison. Subito dopo la conquista, con l’arrivo di Umberto Quadrino alla presidenza, Edison fu fatta scendere in campo nella gara per le centrali Enel e il suo vertice fece una forte azione di lobby in Parlamento perché alle utilities che partecipavano all’asta con Edison – le stesse che poi si sono fuse in A2a e Iren – fosse impedito di possedere più del 30% degli impianti. Tutto quello che è seguito dopo, dalla nascita di Edipower, dove confluirono le centrali acquisite da Enel, all’ingresso delle stesse utilities nel capitale di Edison, è stata la naturale evoluzione di quei fatti. L’accordo che Passera ha abilmente concluso, riuscendo là dove altri prima di lui avevano miseramente fallito, non fa che restituire a ciascuno dei contendenti ciò che ognuno ha perseguito fin dall’inizio. Certo, la Edison di cui oggi Edf diventa padrona non è più la stessa di dieci anni fa, così come A2a e Iren sono il risultato di un processo di concentrazione tra aziende municipali che ha portato da una parte alla fusione tra Aem di Milano e Asm di Brescia e dall’altra all’accorpamento tra le ex municipalizzate di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia. Nel 2001 l’economia era ancora in fase espansiva e c’era la corsa a costruire grandi impianti termoelettrici a ciclo combinato e ad accaparrarsi contratti di fornitura di gas per alimentarle. Oggi il quadro macroeconomico è radicalmente cambiato. Le società come Edison che hanno sottoscritto onerosi contratti di import di metano con la clausola del take or pay (che obbliga a pagare la fornitura anche quando non c’è mercato per ritirala) hanno un’offerta sovrabbondante. Per la prima volta nella storia il mercato dell’elettricità ha subito una flessione marcata che potrebbe accentuarsi nei prossimi anni, le centrali non lavorano più a pieno regime, la capacità produttiva è in eccesso e per di più il termoelettrico subisce la concorrenza delle energie rinnovabili, dall’eolico al fotovoltaico. Questo vale per Edison ma anche per Edipower; vale per Edf, che pure è abituata a programmare i propri investimenti nel nucleare in un arco temporale di quattro decenni, ma anche per A2a e Iren, alle quali potrebbe aggiungersi Hera, la società di Bologna che aggrega circa duecento Comuni dell’Emilia Romagna. Edipower conferisce alle utilities che si accingono ad acquisirla la dimensione di un grande produttore nazionale da fonte termolettrica, forse ancora più grande della stessa Edison, quindi secondo solo a Enel, ma pone ai suoi nuovi azionisti problemi industriali seri. Oggi gli unici impianti di Edipower che guadagnano sono quelli ideoelettrici (tre centrali, in Valtellina, Friuli e Calabria); il resto (altre sei centrali, di cui quattro a ciclo combinato e due da rifare di sana pianta perché alimentate a olio combustibile e a carbone) quando non è fermo lavora al minimo della capacità produttiva. Sostengono gli esperti che la redditività di una centrale termoelettrica sia data dalla differenza tra il prezzo del combustibile e quello dell’energia e che oggi questa cifra sia di circa 7 euro contro i 14-15 in condizioni di normalità. Edipower dovrà dunque lavorare in un contesto sfavorevole, con margini risicati, un debito rilevante e l’ugenza di alcuni investimenti. L’italianità non garantisce la soluzione dei problemi. Occorreranno capitali, una forte leadership manageriale e uno sforzo eccezionale di coesione azionaria che non appartiene al Dna delle utilities. La sfida è tutta qui.