Riccardo Sorrentino, Il Sole 24 Ore 28/12/2011, 28 dicembre 2011
IL DELEVERAGING PILOTERÀ I MOVIMENTI DI EURO E DOLLARO
Tempi nuovi... Anche per le valute. Le crisi seguono sempre schemi molto simili, anche se sembrano diverse agli occhi di chi le vive. Sono però indubbiamente differenti dai periodi di stabilità, nei quali l’economia si muove su binari meno incerti, meno imprevedibili.
Non c’è nulla di nuovo, allora, nel deleveraging, la riduzione dei debiti, di stati e aziende. Le crisi dell’America Latina negli anni 80, o quelle asiatiche nel decennio successivo - spiega Hans Redecker di Morgan Stanley - hanno molto da insegnare. È evidente però che, per i paesi ricchi - Eurolandia in testa - è un fattore nuovo che entra in gioco, soprattutto sui cambi. La relativa debolezza del dollaro verso l’euro, malgrado le prospettive di lenta ripresa negli Usa e quelle di leggera recessione nell’Unione monetaria - per non parlare delle turbolenze sui bond... - si spiega anche con le strategie di riduzione dei debiti da parte delle banche europee, che rimpatriano fondi dai paesi ex comunisti, o dall’Asia, e tengono sostenuto il cambio.
Bisognerà tenerne conto, per capire il futuro. È vero, come aggiunge Kit Juckes di Société Générale, che basta guardare ai tassi reali e ai loro differenziali per spiegare il deprezzamento del dollaro durante tutto il decennio: «Il livello medio dei Fed Funds è stato dello 0,1% al di sopra dell’inflazione core, rispetto al 2% degli anni precedenti». Ed è anche vero che nel 2012 le cose, parlando del costo reale del credito, difficilmente cambieranno (escludendo eventi dirompenti...): le turbolenze aumenteranno la volatilità ma non dovrebbero incidere sulle tendenze, in particolare su quelle verso un dollaro debole.
A meno che... A meno che il deleveraging non alteri in modo imprevisto i flussi finanziari. Nel caso dell’America Latina e della crisi asiatica di fine ’900, spiega Redecker, «si vide un rallentamento dei flussi di finanziamento, e i cambi si indebolirono, mentre il dollaro sviluppò una forza universale», nei confronti di tutte le valute. Nel caso attuale, come nei due esempi ormai "storici" - e di dimensioni sufficienti per fornire una guida - dovrebbero essere le banche americane a ridurre la loro esposizione e i prestiti all’estero "rimpatriando" fondi e rafforzando così il dollaro.
Nel prossimo futuro, allora, occorrerà aggiungere i flussi del deleveraging agli altri sempre attivi. Le banche europee, secondo le statistiche della Banca dei regolamenti internazionali, hanno attività all’estero per 3.700 miliardi di dollari e, dove e quando possibile, potrebbero continuare a ridurre i loro prestiti oltrefrontiera. Allo stesso modo, le banche americane (e non solo) potrebbero fare lo stesso gioco in Eurolandia. Le aspettative, che guardano lontano, faranno il resto.
Quale delle due correnti prevarrà, è difficile dire. Si può solo aggiungere che, in termini reali, l’euro è ancora sopravvalutato rispetto al dollaro, e almeno del 10%; e che ai livelli attuali la valuta, tenuto conto delle turbolenze sui bond, sembra sfidare le leggi della gravità. In economia, però, vige la legge dell’offerta e della domanda, e oggi dice che l’euro vale circa 1,30 dollari.