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 2011  dicembre 28 Mercoledì calendario

LA SPREAD STA CRESCENDO ANCHE SE SI AUMENTANO LE IMPOSTE

Visto che lo spread cresce anche quando aumentano le tasse, non si potrebbe provare ad abbassarlo riducendo le tasse?

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«Uomo costretto a trovar rifugio in una strana casa. Il proprietario ha folta barba & occhiali scuri. Si ritira. Durante la notte l’ospite si alza & vede gli abiti del proprietario sparsi tutt’intorno, inclusa una maschera che era il volto apparente della cosa che si spacciava per il proprietario. Fuga» (H.P. Lovecraft, Diario di un incubo. Taccuini 1919-1935, Mondadori 1994).

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Un tempo, prima della televisione, quando i politici non eri costretto a guardarli anche in faccia come purtroppo succede adesso, bella presenza e fotogenia non erano requisiti poi così necessari. Potevano stare in politica anche Amintore Fanfani e Mauro Scoccimarro. Ma oggi ci vuole qualcosa di più d’un incarico di partito o (come si dice oggi, quando la parola «partito» viene, a buon titolo, pronunciata con disagio) della «fiducia dei mercati». Ci vuole una presenza scenica che ai ministri di bin Loden (con la loro espressione triste e il loro birignao accademico) decisamente mancano. Mancano anche allo stesso Feroce Saladino, per quanto elegante, poliglotta e filiforme.

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Due sole eccezioni: la Ministra Piangente e Piero Giarda, il Ministro con le Orecchie a Sventola (ma Senza Portafoglio).

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Da questo a rimpiangere il Cavaliere e la sua scuderia d’avvocaticchi e giovinastre ancora ne corre. Ma (spread salendo, tasse aumentando, boria ministeriale crescendo) forse non ne correrà per molto.

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Sandro Bondi, sul Giornale di sabato scorso, ha spiegato che la Lega sta rischiando grosso chiamandosi fuori dalla maggioranza di grande (anzi d’enorme, di spropositata) coalizione che sostiene il governo. Naturalmente è falso, e il coordinatore nazionale del Popolo delle libertà lo sa benissimo. Chi fa parte dell’attuale maggioranza non sta affatto approfittando, come pensa lui, della «tregua politica» per tirare il fiato e «rappresentare le vere aspettative di cambiamento e di riforme delle regioni del nord». Anzi. È stando all’opposizione, il più lontano possibile dal governo della Bce e delle tasse, che maturano le nespole, portando pazienza, del consenso elettorale.

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«I piccoli tiranni, minacciati dai grandi,/sinceramente credono/di amar la Libertà» (W.H. Auden, Shorts, Adelphi 1995).

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Michele Serra, animato da spirito natalizio, metterebbe «volentieri sotto l’albero, seduto in mezzo agli altri regali, il professor Steven Pinker, docente di scienze cognitive a Harvard» e autore d’un libro che «ci spiega ciò che l’angoscia mediatica troppo spesso arriva ad occultare: viviamo nel periodo meno violento di tutta la storia umana». Per i «vecchi statalisti» come Serra è «d’ulteriore consolazione sapere che lo Stato, secondo il professor Pinker, è stata “la più ovvia delle forze pacificanti”, grazie “al monopolio sul legittimo uso della forza”. Non vorrei strafare», dice Serra, «ma aggiungerei che uno Stato che riuscisse a contenere e regolare anche quell’istinto di sopraffazione reciproca generosamente ribattezzato “liberismo”, aggiungerebbe un gradino in più alla scala della civiltà». Be’, nessuno «occulti» a Michele Serra che al liberismo è già stata messa la mordacchia innumerevoli volte. Sotto Hitler, per esempio, che trattava come meritano gli agenti della plutocrazia demogiudaica, il liberismo veniva passato per il camino, anche a costo d’alzare un po’ il tasso di violenza. Idem sotto Stalin, Castro, Mao, Pol Pot eccetera, che liquidavano (e liquidano ancora, se appena possono) borghesi, kulaki e altri agenti del mercato capitalistico nelle libere repubbliche socialiste con un colpo alla nuca (forse leggermente violento, ma per «aggiungere un gradino in più alla civiltà» questo e altro).

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Serra, laico e razionalista com’è, un piccolo Voltaire de noantri, pensa naturalmente che i comunisti non esistano più, e che anzi (dialetticamente parlando) non siano mai esistiti, se non nelle fantasie reazionarie e passatiste degli anticomunisti viscerali. Ma non tutti siamo illuminati come i corsivisti di Repubblica; e così anche il comunismo, come Babbo Natale e il Baron Samedi del Voodoo, può contare su qualcuno che giura sulla sua esistenza.

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Sfogliate i giornali degli ultimi mesi e ci troverete, variamente declinato, sempre lo stesso titolo: «Napolitano vigila». Una volta vigila sull’economia, un’altra sulle minacce al tricolore. Non smette mai di vigilare, come Topolino su Topolinia. Qualcuno ricorda quando si provò a vigilare sui casi d’Italia Francesco Cossiga buonanima? Molto più divertente di Napolitano, un presidente della repubblica che non veniva dal freddo e che non aveva mai tifato per il Gulag o per l’Armata rossa, Cossiga era tuttavia antipatico ai giornali chic (Repubblica, per non far nomi). Che lo minacciarono d’empeachment e chiesero per lui una perizia psichiatrica (come a Mosca, per i dissidenti). Ebbene, gli stessi che ai tempi strillavano contro le picconate di Cossiga oggi riconoscererebbero a Napolitano e al suo plenipotenziario bin Loden, avessero soltanto qualche anno di meno, lo jus primae noctis sulle proprie figlie e consorti.

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«In Italia non è questa o quell’imposta che è troppo gravosa, è il totale che è troppo grande. In proporzione di ciò che il paese produce, il governo distrugge troppo cumulo di ricchezze. Le imposte non gravano mica soltanto coloro i quali prima feriscono. Se l’imposta diretta rovina i ricchi, i poveri staranno peggio. Se le imposte indirette fanno crescere il costo del vitto e dell’alloggio dei poveri e degli operai, ne soffrono tutte le industrie. In Italia oramai più che badare a chi paga più e a chi meno, c’è da darsi pensiero che tutti pagano troppo. Ben venga, dunque, e sia lodato, chiunque sia da tanto da far scemare quella somma totale che lo Stato malamente all’esausto popolo carpisce e distrugge» (Vilfredo Pareto, La lega dei contribuenti, in V. Pareto, Scritti politici, vol. 2, Reazione, libertà, fascismo. 1896-1923, Utet 1988).