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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

Il prete-portiere dei disperati - «Don Chino è un prag­matico, ama far qua­drare i conti e fare il passo secondo la gamba, come la saggezza popolare insegna

Il prete-portiere dei disperati - «Don Chino è un prag­matico, ama far qua­drare i conti e fare il passo secondo la gamba, come la saggezza popolare insegna. Lui non sfida l’azzardo sia pure a fin di bene per estendere i confini del suo provvidenziale aiuto». Non è un gran momento per i preti-ma­nag­er o i sacerdoti carismatici e ge­stori di opere e comunità varie. Le ferite per le vicende di don Pierino Gelmini e don Luigi Verzè sono an­cora ben aperte e così, non cono­scendo la figura di don Chino Pez­zoli, mi sono accostato guardingo alla lettura di Cime di libertà , il li­bro- intervista con Giuseppe Zois pubblicato dalla Fondazione Pro­mozione e Solidarietà Umana ( pa­gine 272, euro 15). Capita spesso che questi sacer­doti vivano dentro un’ultima soli­tudine e si facciano prendere dal­l’ambizione dei propri progetti. Oppure, come ha prospettato il re­cente e drammatico film Il villag­gio di cartone diretto da Ermanno Olmi, peraltro conterraneo e buon amico di don Pezzoli, entra­no in una crisi vocazionale che fi­nisce per mettere in discussione il valore della fede e la sua utilità per compiere il bene. Per fortuna non è ciò che accade al protagonista di questo racconto, il quale, oltre che nella spiritualità e nella pre­ghiera, attinge forza per fronteg­giare le emergenze da «una vita in­sieme agli altri, che credono e con­dividono i miei stessi ideali». Solo questo conforto aiuta a reggere l’urto di una quotidianità sempre più drammatica com’è quella di un «prete di frontiera» che si occu­pa di devianze sociali, tossicodi­pendenze e emarginazione giova­nile. Fin da piccolo, «nei campetti di fortuna che si rimediavano per ti­rare quattro calci a un pallone, il ragazzo Gioacchino, per tutti sem­plicemente Chino, faceva il portie­re ». Sapeva che era il più ingrato dei ruoli. Ma a lui piaceva parare, tuffarsi, tentare uscite disperate. Forse già nella preferenza per quel ruolo «si poteva leggere il se­gno del destino, che era quello di parare: i colpi del pallone in cam­po, quelli della vita come prete. Il portiere dei disperati». Figlio di una casalinga e di un ambulante tessile di Leffe, il paese delle coper­te della bergamasca, Gioacchino è il secondogenito di sei figli. Tut­to inclina a fare anche di lui un la­voratore della lana, ma pian pia­no si fa strada un altro pensiero. E la mattina dopo aver trascorso l’in­tera a notte per finire di montare uno dei telai voluti dal fratello maggiore per mettersi in proprio, Gioacchino entra nel seminario di Venegono. Siamo nel 1955, lui è ventenne ed è una vocazione adul­ta. Diventerà sacerdote dieci anni dopo, il 26 giugno del 1965, nel giorno che, altro segno del desti­no, governi e organismi interna­zionali sceglieranno come Gior­nata mondiale contro la droga. Pri­ma di occuparsi dei tossicodipen­denti, però, don Chino si dedica agli operai della periferia milane­se. Ma è lì che a fine anni ’70 s’im­batte nei primi giovani con l’eroi­na in tasca. Che fare con questi ra­gazzi? Un giorno dell’estate 1980 il prevosto di San Giuliano mette a disposizione la casa alla Presola­na dove già qualcuno di loro tenta la difficile strada del riscatto. È qui che prende il via la grande opera di don Pezzoli, oggi composta da trenta comunità, centri di ascolto, attività produttive per l’accoglien­za, la cura e la riabilitazione di tan­ti giovani. Don Chino è un «prete sociale». Che però non dimentica l’inse­gnamento dei suoi padri spiritua­li, don Luigi Carcano, il cardinal Colombo, Carlo Maria Martini, don Bosco, Madre Teresa di Cal­cutta, Papa Woijtyla e Papa Ratzin­ger. Ma è un grande sacerdote al passo con i tempi, calato nelle con­traddizioni dell’oggi. Don Chino diffida dell’eccessiva influenza esercitata dai media, vecchi e nuo­vi. Ecco che cosa gli ha raccontato un ragazzo sedicenne, formato dalla cultura della televisione e dal mondo di sogni che diffonde: «Era un mondo in cui le persone erano sempre staccate da me e in sintonia con i miei desideri. E quando non lo erano, cambiavo canale. Quando mi sono reso con­to che questa lieta avventura non corrispondeva alla vita e che per avere un risultato occorreva avere i piedi per terra e lottare, mi sono drogato». «Quando un ragazzo si appassiona sempre di più al digita­le e abbandona il reale, ci rivela un sintomo allarmante», dice don Chino. Purtroppo, è sua la rifles­sione, latitano la famiglia, la scuo­la, le amicizie giuste, tutte le cosid­dette agen­zie educative indispen­sabili per la formazione di una per­sonalità adulta. È infatti la preoc­cupazione educativa la priorità di don Chino, lui che ha capito che dai genitori assenti, dai padri trop­po permissivi o anche troppo au­toritari derivano danni profondi alla vita dei ragazzi. Negli ultimi anni la famiglia ha sostituito la cultura dell’avere e dell’apparire a quella dell’essere. E la scuola ha preferito coltivare le competenze e l’istruzione anzi­ché la formazione complessiva dei giovani. Il compito è difficile, la strada è in salita. Ma in compa­gnia di persone come don Chino Pezzoli è una strada che si può in­traprendere con una buona dose di speranza in più. Per convincer­sene del tutto basta leggere «l’alfa­beto del bene » che chiude il suo li­bro. Ricordate il bisogno di «un prete per chiacchierar» di Azzur­ro ? Don Chino Pezzoli c’è.