Paolo Manazza, la Lettura (Corriere della Sera) 24/12/2011, 24 dicembre 2011
LA CLASSE MEDIA NON C’E’ (PROPRIO) PIU’: CROLLA IL MERCATO DELL’ANTIQUARIATO
Altro che lotta di classe. Qua evapora tutto. Figuriamoci la nebbia che circola nel mondo specchiato dell’arte. A confronto le Flags americane di Jasper Johns sembrano in alta definizione. Ben inteso, stiamo parlando di tendenze. Se le analisi mediatiche certificano la scomparsa della Middle Class e il fantasmatico avvento di un nuovo ceto (un gruppo sociale sospeso tra il «già» e il «non ancora», un terreno di mezzo, una palude) nell’arte questa fluida sospensione è archiviata da anni.
Tutto è cambiato. Tutto sta cambiando. Il vecchio mercato decorativo dei dipinti e degli arredi antichi, quelli un tempo acquistati dai benestanti di provincia e i signorotti a caccia di brividi aristocratici, è morto. Anzi, sepolto. Se ne sono accorte le case d’asta e le fiere, che di questo istrionico mondo hanno fatto un falò. Come fece il Botticelli folgorato da Savonarola quando, sul finire del Quattrocento, mise sulla pira le opere più affini all’umanesimo, per tornare a «pittare» temi sacri. Più consoni al misticismo. Solo che ora, cinquant’anni dopo i tagli e i graffi di Fontana (che disperavano «La fine di dio»), l’unico restart possibile era sul dio denaro. Pur se rivisitato, ingentilito, depurato dalla sua immagine sterile.
Così, mentre l’economia e la finanza strabuzzano sul gigantesco luna park dei debiti sovrani, il mercato dell’arte continua a crescere. Dopo un 2009 in affanno, Sotheby’s nel 2010 ha incassato 4,8 miliardi di dollari (+70%). E quest’anno, comprese le private sale (le aggiudicazioni fuori asta) quasi certamente supererà i 5 miliardi. L’economia si sgonfia. Il mercato dell’arte ruggisce. Non bastano le ragioni della corsa all’oro e ai beni rifugio per comprendere questo fenomeno. Oltre le cause strutturali ve ne sono di culturali che spiegano una simile eccezione. Come se la spasmodica dittatura della crescita (la visione economicistica del mondo) voglia in qualche modo decontaminarsi. Per sfiorare dolcemente il mondo delle idee, della bellezza, della storia. Di fatto spendere soldi per un quadro ha una duplice funzione. Investire, ma anche godere del proprio investimento. Una sorta di plus rispetto agli asettici indici finanziari.
Ecco perché, mentre il segmento decorativo si è polverizzato insieme alla Middle Class, cresce la febbre dei capolavori inseguiti dagli ex fanatici dei futures. I top-price mondiali del 2011 nascondono metafore stupefacenti sul mondo che cambia. L’opera più costosa è stata un dipinto di Clyfford Still del 1949 (titolo 1949-A-No.1), battuta a novembre da Sotheby’s per 61,7 milioni di dollari. Chi era Still? Esponente dell’Espressionismo astratto statunitense, questo grande pittore — vicino al «color field painting», la pittura a campi cromatici di Mark Rothko e di Barnett Newman — ha una storia singolare. Dopo la sua prima mostra del 1943 e il successo ottenuto, nel decennio successivo, Clyfford Still scompare. Evapora. Anticipando di mezzo secolo il concetto della «decrescita felice». Nel 1961 si trasferisce in campagna (nel Maryland) e lì rimane sino alla morte nel 1980. Volontariamente lontano dagli eccessi e dai clamori del mondo artistico. Dal terzo record dell’anno — dopo l’ennesimo pop-capolavoro di Lichtenstein venduto da Christie’s a 43,2 milioni di dollari — arriva la seconda sorpresa. Una veduta veneziana settecentesca del nostro Francesco Guardi aggiudicata a 42,8 milioni di bigliettoni verdi. Un Old Master dunque. Ma di qualità straordinaria. Due storie diverse, quelle di Still e Guardi, con una matrice comune: la rivincita della grande e silenziosa pittura a tutto campo.
Il mercato dell’arte insomma sta cambiando pelle. Da una parte i grandi capolavori, d’arte antica e moderna, sempre più ambiti. Dall’altra una corsa generalizzata ai beni rifugio (gioielli e preziosi). Mentre i pezzi solo decorativi non interessano più. Sono un inutile orpello. Anche la Contemporary Art è cresciuta moltissimo. Ma comincia a sudare freddo. In fondo ogni epoca ha l’arte che si merita. E ovviamente quella di un capitalismo tossico giunto al capolinea trascina con sé nel declino l’arte che gli compete. Fatta di stracci, provocazioni, mistificazioni, allitterazioni cacofoniche, slogan pubblicitari e quant’altro.
Che arriverà dopo? Chi può dirlo? Una sola cosa è certa. Come insegna la storia, tutte le epoche in decadenza hanno in comune il ritorno ai classici. Quelli veri. Forse dovremmo fare altrettanto nei costumi. In fondo aveva ragione Oscar Wilde quando, scherzando, amava ripetere che «la vita imita l’arte più di quanto l’arte non imiti la vita».
Paolo Manazza