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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

I GUAI DEL TERZO POLO

I tifosi più accesi del governo tecnico sono Fini e Casini. Il presi­dente della Camera ha spianato col rullo l’iter ai decreti montiani ed è un elogio continuo del bocco­niano. In un ragionamento dei suoi ha detto: appoggiando il go­verno tecnico, la politica,lungi dal­­l’aver fallito, ha dimostrato sapien­za; se si fosse invece tornati alle ur­ne, «allora sì avremmo avuto il falli­mento della politica». Poi, ha au­spicato che i tecnici restino fino al 2013 e si è stropicciato felice le ma­ni. Così, sotto Natale abbiamo vi­sto Fini contento come una pa­squa per il governo non politico.
Idem, il leader Udc. A nessuno è sfuggito che Pierferdy si inorgogl­i­sce di Monti come fosse un suo zio intelligente. Dalla gioia che gli sprizza dai pori si direbbe che la fulminea sostituzione del Cav l’ab­bia pensata lui con Napolitano e che SuperMario sia frutto di un’in­tuizione comune. Vai a sapere se hanno davvero tramato insieme, ma è certo che senza Casini, il Qui­rinale non avrebbe realizzato il pia­no. Riandando a un mese e mezzo fa, ricorderete che il Cav si è arreso solo quando è stato abbandonato da alcuni fedelissimi. Sì, certo, c’erano lo spread e la canea che gli rimproverava di averlo causato. Ma a metterlo ko è stato il buco di otto onorevoli, quasi tutti, incanta­ti dalle sirene Udc. Casini orche­strava il fuggi fuggi e il suo socio, Paolino Pomicino, suonava il piffe­ro, assicurando agli incerti un futu­ro nel Terzo Polo. Così è svaporato il Cav, sostituito dal governo non eletto di questi perfetti sconosciu­ti - tecnici e professori - che mai avremmo voluto tra i piedi e che in­vece ci stanno cambiando la vita. Onore al merito di Casini e del pre­sidente Fini, prontamente allinea­to al sodale, dimentichi l’uno e l’al­tro del loro passato.
Quella per i tecnici salvatori di le­gislature è infatti una passione re­cente dei due giganti. Un tempo, infatti, respingevano con sdegno i governi non politici a costo di farci votare anzitempo. Mi riferisco a una lontana vicenda, il tentativo di governo Maccanico, che dice tutto sulla coerenza e il midollo spi­nale della coppia.
Era il 1996 e il governo Dini, nato per ripiego dopo il ribaltone di Bos­si che affossò il Berlusconi I, boc­cheggiava. O si andava a elezioni anticipate sotto pessimi auspici per il centrodestra (di cui Fini e Ca­sini erano la polpa) o si trovava una via d’uscita. Nacque così l’idea di un governo di tregua che faceva comodo a tutti: a Scalfaro che evitava di chiudere la legislatu­ra in anticipo per la seconda volta dopo il 1992;al capo del Pd,D’Ale­ma, e al Cav uniti nella strizza di perdere le elezioni. Ad Antonio Maccanico fu affidato il tentativo di un governo per uscire dall’emer­genza che, se oggi è economica, al­lora era istituzionale (riforma del­lo Stato).
Maccanico era una gran volpe di Palazzo, ex comunista, poi re­pubblicano, che se solo avesse trovato un buco ci si sarebbe fiondato di cor­sa facendo il governo. Tro­vò di più: l’assenso di tutti. E un solo ostacolo: Fini e, più defilato, Casini. Ma tal­mente tignosi, l’uno e l’al­tro, che dopo due settima­ne, gettò la spugna. Le co­se andarono così. Macca­n­ico presentò un program­ma di trasformazione del­la Repubblica da parla­mentare in presidenziale. Sistema di riferimento quello francese, ma senza dirlo esplicitamente per non irrigidire il Pds. La va­ghezza della bozza piac­que tanto a D’Alema che al Cav. Solo Fini fece il pi­gnolo, pitipì, pitipì, obiet­tando che o si diceva chia­ro che il modello era Chi­rac o niente. Ci si incagliò per giorni con alti e bassi da bollettino medico. Mac­canico la mattina: «Riscon­tro larga adesione». La se­ra, dopo essere stato tra­mortito da Fini: «Non ci sono le condizioni». Così fino allo sfini­mento. Il Cav commentava serafi­co: «Fini ha questa passione per il dettaglio che io non ho. Gli porta­no l’ultima dichiarazione e lui si emoziona». Maccanico andò in­contro a Gianfry fino allo spasimo.
Finché- e qui arriviamo dove vole­vo arrivare - Fini sfoderò un estre­mo cavillo: un governo tecnico umilia la politica e dà voce ai poten­tati economici. Poiché Maccani­co, diversamente da Monti, non era un tecnico si attaccò a due epi­sodi. Una visita dell’industriale De Benedetti al presidente incari­cato e il sostegno a Maccanico di Lorenzo Necci, patron delle Ferro­vie. Pensate come era sensibile al­lora, quello che oggi appoggia un intero reggimento di banchieri e prestanome di Goldman & Sachs! Casini fece propria l’obiezione,co­minciando anche lui, non ancora imparentato col costruttore Calta­girone, a lanciare alti lai sulle insi­die dei poteri forti. Così- per la stre­nua resistenza anti tecnici del­l’ineffabile coppia- il tentativo an­dò a ramengo e con lui la legislatu­ra. Anni dopo, Maccanico rivelò: «Fini aveva un’illusione: voleva le elezioni perché si pensava più for­te di Berlusconi». Più o meno lo stesso sperava Pierferdy.
Per riassumere. Per i due, l’es­senziale è che il Cav crepi. Dei tec­nici, in sé, se ne infischiano. Otti­mi se servono a scalzarlo, come og­gi Monti. Pessimi, se lo tengono in piedi, come ieri Maccanico. E que­sto ci dice con quali luminari ab­biamo a che fare.