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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

DUE COSE SU BOCCA L’ANTITALIANO PIÙ ITALIANO DI TUTTI

Speravo di morire prima di Giorgio Bocca per non essere costretto a leggere i soliti elogi riservati ai defunti di successo. E in­vece mi tocca anche questa tortura. D’altronde è costume: dei vivi è lecito dire peste e corna; a chi toglie il disturbo, forse per gratitudine di averlo tolto, bisogna non solo concedere ogni at­tenuante per i suoi errori, ma anche trasforma­re i difetti e i vizi in virtù. Bocca non merita di es­­sere trattato come Tizio qualsiasi, perché nel be­ne e nel male ha rappresentato un’epoca e un popolo. Per anni ha tenu­to una rubrica sul setti­manale L’Espresso intito­lata «L’antitaliano».Cre­do che il titolo fosse stato scelto da lui in buona fe­de. Giorgio in effetti era convinto di essere un an­titaliano. In realtà era un italiano vero, il più italiano di tutti. Per capirlo, basta scorrere i dati salienti della sua biografia, nota, ma tenacemente ignorata dagli addetti ai lavori giornalistici.
Nato agli albori del Fascismo, Bocca, come la maggioranza netta dei compatrioti di quel peri­odo, fu fascista. Con una aggravante. Non si limi­tò a una adesione conformistica al regime. Aven­do già un temperamento passionale, egli ne di­venne un virgulto pieno di sacro fuoco. Al punto da scrivere articoli vibranti contro gli ebrei e in difesa della razza, ovviamente ariana. Intendia­moci, pensando a quei tempi, non è il caso di scandalizzarsi troppo che una giovane camicia nera mettesse nero su bianco teorie allora condi­vise o quantomeno tollerate, nonostante fossero aberranti. Però non si può neppure sorvolare su simili particolari.
Non importa. Andiamo avanti. Bocca, a un dato momento, cam­bia idea. Quale momento? Quan­do la guerra butta male, il duce è in crisi e si intuisce che sarà una cata­­strofe, lui, Giorgio, diventa parti­giano, con un tempismo sospetto, rivelando la propria italianità ge­nuina: cioè la capacità di prevede­re il peggio e di salvarsi correndo in soccorso del probabile vincito­re. Anche qui non c’è da stupirsi: la stessa operazione compiuta da lui accomunò milioni di connazio­nali. Difatti, a Liberazione avvenu­ta, il fascismo, che aveva avuto lar­ghissimo consenso nel Paese, si trovò d’un colpo non solo senza capo, ma anche senza coda essen­do spariti d’incanto tutti i suoi so­stenitori, passati in blocco sull’al­tra sponda. La bottega di Mussoli­ni non ebbe neppure bisogno di chiudere per restauri. Venne sem­plicemente sostituita l’insegna: via il cartello Pnf, fu appeso il car­tello Antifascismo nel quale, in un baleno, si identificarono le masse che erano state fasciste.
La necessità aguzza l’ingegno. E Bocca era di sicuro ingegnoso. Tant’è che la professione di antifa­scista, sia pure della penultima ora, gli consentì per il resto della vi­ta di campare di rendita. Insisto: nessuna meraviglia e nessuna de­plorazione. Molti altri intellettua­li e giornalisti famosi seguirono un percorso in parte analogo a quello di Bocca: Eugenio Scalfari e Giovanni Spadolini, per citare due protagonisti giustamente ce­lebrati per le loro qualità. Ma per­ché non dire la verità, perché co­prirla con uno strato imbarazzan­te di ipocrisia? La realtà per altro è che Giorgio, con le contraddizio­ni che umanizzano anche gente di valore, è stato un grande nel no­­stro mestiere. Tra i più grandi in as­soluto. Pronto ad esporsi. Pronto ad incassare e prontissimo ad at­taccare. Dove c’erano discussio­ni, polemiche e risse lui si precipi­tava a menar fendenti con foga ad avversari ed amici, senza distin­zioni, direi con una certa onestà che sarebbe un delitto negargli.
Sulla sua straordinaria abilità sarebbe ridicolo eccepire. La sua prosa, un torrente in piena. Chi ini­ziava a leggere un articolo firmato da lui arrivava di sicuro fino in fon­do. Di Bocca erano apprezzate so­­prattutto le inchieste, alcune poi ampliate e pubblicate in libri non sempre venduti in quantità pari al­le attese dell’autore. Ma lui ha da­to il meglio, a mio trascurabile giu­dizio, nei duelli con la penna: com­menti sferzanti, a volte violenti, mai banali, spesso spiazzanti co­me i suoi mutamenti d’umore e di posizione ideologica.
Irrequieto e spigoloso, Bocca ha avuto simpatie e antipatie per Bettino Craxi e Umberto Bossi. Fu tra i primi a interessarsi al movi­mento leghista, cogliendone la forza innovativa e comprenden­done le potenzialità elettorali, quando il Carroccio era conside­rato all’unanimità un fenomeno da bettola alpina.
Giorgio aveva doti di analista politico eccellenti, però offuscate dalla noia che presto i partiti cui dedicava le proprie attenzioni gli suscitavano. Cosicché era fuorvia­to dalla propensione caratteriale a scorgere soltanto gli aspetti ne­gativi della politica. Invecchian­do, poi, si incupì salvo accendersi per demolire qualcuno o qualco­sa. Odiava il presente e rimpiange­va il passato, come tutti quelli che hanno una memoria selettiva e ri­cordano volentieri i bei tempi an­dati, forse perché legati alla nostal­gia della giovinezza perduta.
Bocca era di una antipatia tra­volgente. Burbero, malmostoso, incline all’invettiva. Ultimamen­te non gli piaceva nulla e criticava tutto senza requie: i giornali, i col­leghi, la sinistra e la destra, la tele­visione, i governi, il Parlamento e le istituzioni d’ogni genere. Il mio timore è che avesse ragione.
Bocca mi detestava. Però, se gli pubblicavo la recensione di un suo libro, mi telefonava per ringra­ziare. Non dico che fosse cordiale, ma bene educato sì. Di recente in una intervista se ne venne fuori con questa delizia: Vittorio Feltri mi fa paura. Non so perché.
Devo confessare che l’ho ammi­rato. Mi mancherà anche per la sua incoerenza nella quale trova­vo conforto della mia. Poiché non ho molti amici, la morte di un «ne­mico » della sua levatura mi addo­lora. Mi fa sentire più solo.