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 2011  dicembre 24 Sabato calendario

QUEI VERSI ANTI-INGLESI DI UN POETA DI CORTE

Ho letto il suo articolo (Corriere, 10 dicembre) a proposito dei rapporti attuali e storici fra la Gran Bretagna (geograficamente europea) e il resto d’Europa. Tutto questo mi ha fatto ricordare una poesia che nell’anno scolastico di terza elementare 1939-40 la maestra ci fece imparare a memoria. Non conosco il nome dell’autore e il testo l’ho ritrovato negli anfratti cerebrali dove giaceva da quasi 72 anni.
«Luce ti neghi il sole, erba la terra,/ Malvagia che, dall’alga e dallo scoglio,/ Per la via de’ ladron salisti al soglio/ E con l’armi di Giuda esci alla guerra./ Fucina di delitti, in cui si serra/ Tutto d’Europa il danno ed il cordoglio,/ Tempo verrà che abbasserai l’orgoglio,/ Se stanco alfin pur Dio non ti sotterra./ La man che tempra dell’Italia il fato,/ Ti scomporrà le trecce, a fin che chiuda/ Questo di sangue umano empio mercato./ Pace avrà il mondo; e tu feroce e cruda/ Dei mar tiranna, all’amo abbandonato/ Farai ritorno, pescatrice ignuda». Fortunatamente tutto è cambiato e nulla è più come allora.
Ugo D’Accordi
antonia.bruschina@hotmail.it
Caro D’Accordi, la poesia è di Vincenzo Monti e fu scritta, salvo errore, nel 1803 quando la Gran Bretagna dichiarò guerra alla Francia dopo avere chiuso i suoi porti alle navi francesi e olandesi. Dodici anni più tardi, dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo, Monti sarebbe saltato sul carro dei vincitori e avrebbe scritto alcune cantate per salutare con gioia il ritorno del Vecchio Regime. Non era la prima volta. Nel corso di una lunga vita (1754-1828) fu uomo di molte incarnazioni. Esordì come segretario di alcuni notabili pontifici, scrisse opere drammatiche d’ispirazione religiosa e, dopo la rivoluzione francese, un poema antigiacobino («La Bassviliana», dal nome di un agente diplomatico del governo repubblicano di Parigi ucciso a Roma nel 1793 da una folla inferocita) che fu, con più di cento edizioni, un bestseller dell’epoca. Ma pochi anni dopo, fulminato dall’astro nascente del generale Bonaparte, Monti cambiò registro e iniziò una carriera di cantore aulico che gli valse tra l’altro una cattedra di eloquenza all’Università di Pavia e i titoli di «poeta del governo italiano», «istoriografo del Regno».
Questo non significa che fosse privo di talento letterario. Fu uno straordinario verseggiatore, il maggiore esponente italiano della corrente neoclassica e un grande conoscitore della letteratura antica. La sua traduzione dell’Iliade è stata per alcune generazioni il pane quotidiano dei liceali italiani, e i suoi saggi sulla lingua sono pregevoli. Ma fu anche un voltagabbana. Ne saranno sorpresi e scandalizzati soltanto coloro che non hanno letto un libro di Mirella Serri («I redenti», edito da Corbaccio) sul girovagare degli intellettuali italiani tra fascismo e antifascismo.
Devo supporre, caro D’Accordi, che la sua maestra fosse particolarmente nazionalista e molto influenzata dalle campagne violentemente antibritanniche del regime fascista in un periodo in cui il giornalista Mario Appelius terminava tutte le sue conversazioni radiofoniche con la frase «Dio stramaledica gli inglesi». Forse l’aspetto più singolare di quelle campagne è il largo uso di luoghi comuni (come «perfida Albione») tratti generalmente dalla anglofobia francese. In realtà vi era allora anche un’Italia anglofila che considerava l’Inghilterra come un modello da imitare piuttosto che un nemico da odiare.
Sergio Romano