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 2011  dicembre 24 Sabato calendario

NUMERI E FORTUNA. GUIDA AI GIOCHI CHE FANNO FAMIGLIA

Il dilemma sotto il vischio è: legno o fagioli? Ovvero: le pedine della tombola devono seguire rigorosamente una morfologia leguminosa o la tradizione può piegarsi al confort dei tondini lignei? «La tombola è un gioco profondo — dice l’antropologo napoletano Marino Niola — e guarda lontano: soddisfa tutti i gusti e i caratteri».
Un gioco profondo, come anche Mercante in Fiera e Monopoli: passatempi che, anche durante un Natale per molti magro come questo riescono a saldare intere famiglie intorno al tavolo. Visto che, stando a un sondaggio dell’agenzia Lewis Pr, il 76 per cento degli italiani ripiegherà sulla formula «cenone e tombolata in casa». Ma quale tombola? La classica? La Tiburtina (i numeri hanno appellativi come «la bara» che indica il quattro o «baciu» che sta al tre) o la «vajassa», la scostumatissima e impertinente versione napoletana, dal linguaggio colorito? Di certo quella nata intorno a metà Settecento, quando il re di Napoli Carlo III di Borbone ufficializzò il Lotto, escludendo la settimana natalizia. Fu allora che i sudditi si organizzarono inserendo i novanta numeri in lunghi cilindri e con un’estrazione ad alta voce.
«Diffusissima in tutto il centro-sud — commenta Niola — è appannaggio degli aristocratici e dei popolari. Anche i De Filippo vi si dilettavano. Rigorosamente sulla tavola dove era stato servito il pranzo, perché durante la tombola si continuava a mangiare». Altra atmosfera per il Monopoli. Una sorta di «palestra del capitalismo» (si acquistano e vendono proprietà terriere con denaro finto) inventato da un ingegnere senza lavoro, Charles Darrow nel 1934 a Philadelphia. «È più praticato nelle famiglie del Nord — dice Niola — ma non solo. Stare in casa fa sentire protetti, si ricrea un nucleo affettivo recuperando il lato ludico». Il Monopoli si adatta ai tempi: c’è la versione con le autorità monetarie europee o con i personaggi Disney.
Antichissime le origini del Mercante in Fiera: nel 1522 lo straccivendolo veneziano Geronimo Bambarara si inventò una specie di riffa, con estrazione finale. A tavola stuzzica la suspense, grazie al mistero della carta coperta. La tovaglia ideale per i giochi a carte? Leggera, un po’ spiegazzata, pronta a raccogliere le briciole, che non metta a disagio. Perché giocando a tressette non ci si può distrarre: si dice che il gioco sia stato inventato da due muti, in quanto in nessun modo si possono scoprire le carte. La versione a due squadre da due giocatori può cementare legami o rinfocolare ruggini.
Con lo Scarabeo invece (si formano parole unendo delle tesserine e legandole alle altre composte dai compagni di giochi) si rispolverano ricordi e déjà vu: quella parola che fa venire in mente la strampalata gita di famiglia, quel termine buffo con cui si evocava il noiosissimo zio. «In fondo — conclude Niola — che cosa sono i giochi se non dei modelli della vita su scala inferiore?». Allora, quale occasione migliore delle feste di fine anno, eredi dei Saturnali romani, per trasformare la propria vita (almeno per una sera) in un gioco dell’oca? Dove a determinare il destino è solo una coppia di dadi.
Roberta Scorranese