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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

Antonio, Michele e gli altri suicidi tra le braccia dello Stato - Jean Jaques Olivier Esposito, 39 anni, da Marsiglia, faceva il raccoglitore di coralli

Antonio, Michele e gli altri suicidi tra le braccia dello Stato - Jean Jaques Olivier Esposito, 39 anni, da Marsiglia, faceva il raccoglitore di coralli. Per questo passava molto tempo in fondo al mare. Per questo suo padre era preoccupato per lui. Ma il 29 novembre 2010 è finito in carcere a Salerno per detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio. Panetti di hashish nascosti nelle portiere dell’auto su cui viaggiava. In cella stava malissimo. Aveva già collaborato con gli investigatori e tentato il suicidio due volte, quando è stato trasferito ad Avellino. L’avvocato Michele Sarno ha cercato di salvarlo. L’istanza con cui chiedeva una misura cautelare meno afflittiva è datata 18 febbraio 2011. Rigettata il 23 febbraio con cinque righe scritte a mano, compresa la firma: «Il gip, letti gli atti, rile- mento fra un giro di narcotrafficanti colomvato che permangono le cautele a fonda- biani e un più basso livello di smistamento ita- liano. Lui continuava a ripetere di essere in- «Troppi antidepressivi» nocente. «Lo diceva con quell’orgoglio tutto latino di chi è pronto a mettere in gioco se stesso», ricorda l’avvocato Massimiliano Iovimento della restrizione iniziale e che la de- no. «Soffro molto per non averlo saputo fertenzione domiciliare è del tutto improbabile mare - spiega - nell’ultima settimana era parper la gravità dei fatti, rigetta la richie- ticolarmente abbattuto». Antonio Pastor sta...». Il 2 marzo Jean Jaques Olvier Esposi- Chavarro in Spagna aveva due figlie, una auto si è impiccato. Come aveva annunciato a tistica. Soffriva perché il suo arresto l’aveva suo padre: «Ad Avellino i dottori sono un fatta regredire. Sabato 12 novembre gli era po’ meglio - aveva scritto - ma io dormo di stata negata anche la telefonata a casa. «Cregiorno per paura che mi facciano male di do che il suo gesto sia stato meditato a lungo notte. Mi riempiono di antidepressivi, non dice l’avvocato Iovino - ha scritto una lettera ce la faccio più. Ho troppa sofferenza den- a me, una al giudice, due alla famiglia». Poi ha tro...Conto su di te per aiutare Karine e i aspettato che i tre compagni di cella uscissebambini». ro per l’ora d’aria. Quando è rimasto solo, ha Muoiono fra le braccia dello Stato italia- unito strisce di lenzuola per ricavarne un capno. Inalando bombolette di gas da campeg- pio sufficientemente sicuro. Le sue lettere sogio. Impiccandosi a un termosifone alto un metro. Un paio di calzini per legarsi i polsi «Voglio vedere mio figlio» dietro alla schiena, per evitare ripensamenti. 64 suicidi in carcere nel 2011, 55 nel 2010, 1023 negli ultimi undici anni. A cui bisogna no state sequestrate. aggiungere, per rendere l’idea, 5703 atti di Come nel caso di Jalhel Rahmani, 29 anni, autolesionismo e 1137 tentativi di suicidio so- tunisino. In carcere a Genova Marassi per lo nel 2010. Una strage che non fa rumore. spaccio, fine pena a marzo, ma già raggiunto Nessuno li vede. E non c’è alcun nesso fra da un provvedimento di espulsione. Prima di colpevolezza e morte. Anzi, nel 60 per cento impiccarsi, ha scritto: «Non posso vivere sendei casi si suicidano detenuti in attesa di giu- za vedere mio figlio». Anche la sua lettera è dizio. Spesso si tolgono la vita proprio nella stata sequestrata. Non ha potuto leggerla speranza di far sentire in extremis la loro neppure il console della Tunisia a Genova, voce. «Avvocato, la prego, continui a lottare Zied Bouziza: «Ma dal rapporto della polizia per la mia innocenza». si capiva che il suo era un disperato atto d’ac- Antonio Pastor Chavarro era convinto cusa al mondo». che il suicidio fosse l’unico modo per ripren- In genere le storie come quelle di Jalhel fidersi l’onore perduto. Arrestato ad agosto niscono in sei righe fra le «brevi» di cronaca. nella sua casa di Madrid, portato in carcere Un mese dopo il suicidio, è molto difficile troa Bologna sulla scorta di un’ordinanza di cu- varne traccia. In carcere, se provate a chiedestodia cautelare di 158 pagine nemmeno tra- re, scoprirete che nessuno può parlare per ridotte in spagnolo. Era ritenuto il collega- spetto della privacy. La privacy di un morto che voleva solo essere ascoltato. Certi detenuti restano un problema anche sottoterra. Prendi Michele Trebbi, 30 anni, tossicodipendente, morto di overdose nel carcere di Piacenza. Una storia palindroma: con la stessa identica fine segnata, dentro e fuori. Oppure «Non ho violentato nessuna» il caso di Ion Vasilu, 21 anni, manovale nei cantieri di Livorno. Era accusato di violenza sessuale dall’ex fidanzata. Si è impiccato il 30 aprile alla prima notte in cella. Vicino al corpo hanno trovato un tovagliolo di carta inciso con un dente di forchetta. «Sono innocente», ha scritto. «Ho sempre creduto che lo fosse davvero - dice adesso l’avvocato Nicola Giribaldi - talvolta in Romania le ragazze usano questo modo per ottenere il matrimonio. Ma non c’è stato neanche il tempo di parlargli...». Sovraffollamento. Troppi detenuti e pochi agenti. Promiscuità obbligata fra condannati in via definitiva e «nuovi giunti». «Serve una riforma urgente di tutto il sistema carcerario «Ho paura di fare del male» - dice Roberto Martinelli, segretario generale del Sappe - siamo allo stremo delle forze». Forse il caso più emblematico è quello di Agatino Filia, manovale di Porto Ferraio. Anche lui detenuto nel carcere delle Sughere di Livorno. Si è suicidato il 27 ottobre, il giorno prima di tornare in libertà. «Aveva paura del mondo - dice il garante per i detenuti Marco Solimano - aveva paura di se stesso. Del male che avrebbe potuto fare alla donna che era diventata la sua ossessione». Si è ammazzato per tenersi a bada, perché il carcere non ha mai guarito nessuno.