Gian Luigi Paracchini, Corriere della Sera 24/12/2011, 24 dicembre 2011
ARIA SULLA FRONTE E NIENTE COPERTE. GUIDA (PER IPOCONDRIACI) IN AEREO
Terrorizzati dal decollo, spiritosi, esibizionisti, lamentosi cronici, sono tipologie di passeggeri in volo facili da riconoscere. Poi esiste un’altra categoria. Molto meno percettibile, anche se sempre più radicata.
Quella di uomini (i più) e donne con golfino o felpa protettivi a portata di mano, borsa capiente, fazzoletto all’abbisogna. Spesso pallidi ma non perché siano malati: al contrario, per irrefrenabile paura d’ammalarsi.
Sono gli aero-ipocondriaci, quelli che anche se diretti verso atolli primordiali, suite arabesche e prospettive ludiche a 360 gradi, non riescono a dimenticare quale infida, spaventevole giungla di pericoli virali e di contagi sia per loro un jet verso qualunque destinazione.
Non che le statistiche siano avare sui rischi reali, (soprattutto tosse, raffreddore, mal di gola) dispensati dal microclima d’una cabina pressurizzata. Però l’aero-ipocondriaco diventa tale anche in base a una letteratura esagerata e qualche volta di pura invenzione.
È capitato per esempio che zanzare malariche o vespe entrate nell’abitacolo abbiano punto qualche passeggero: ma non si può davvero dire sia la regola. Invece dietro ogni sibilo o improvviso bruciore percepiti in dormiveglia, gli aero-ipocondriaci pensano subito all’insetto killer e vorrebbero già fare testamento.
Fra loro i più disfattisti sono quelli che volano soli: dietro ogni vicino di posto sconosciuto si può nascondere un potenziale pericoloso attentatore. Quel giovanotto dorme? Sarà stroncato dalla febbre. La signora mette il foulard? Chissà che laringe infiammata. Il bambino chiede caramelle al miele? Avrà la tosse asinina. E via così in un crescendo di circospezione e di scenari (clinici) apocalittici.
Intendiamoci, come conferma in un’approfondita inchiesta il Wall Street Journal, prendendo spunto dall’affollamento sui voli in questo periodo, l’ambiente eccessivamente secco d’un aereo è più che sufficiente a indebolire le difese. In più viaggiare a quelle altitudini indebolisce comunque l’organismo e la sua capacità di reazione. E il terrore dei vicini? In effetti un semplice, educato starnuto produce 30 mila microgocce pronte a riversarsi su due metri quadrati. Una specie di napalm.
È consolatorio, come sottolinea il quotidiano americano, che l’aria immessa e i filtri di ricezione siano oggi in grado d’intercettare il 99,97% di virus e batteri. Questo però non toglie che se per qualche motivo i motori si spengono interrompendo l’immissione d’aria (frequente durante certe lunghe attese in pista), la probabilità di beccarsi l’influenza si alza, secondo uno studio d’una trentina d’anni fa, vicino al 70%.
Certamente non manca la possibilità di difendersi. E i primi a farlo sono proprio gli aero-ipocondriaci, anche se niente può rasserenarli completamente. Il vicino raffreddato? È un male, ma i peggiori untori restano spesso parenti e amici che tocchiamo e baciamo, diventando in qualche modo vittime del fuoco amico. Indirizzare bene il getto d’aria regolabile davanti al viso a mo’ di mascherina? Ottimo ma quanti bei mal di testa si prendono così? Bere litrate d’acqua durante il volo? Idratarsi fa bene ma fa andare anche in bagno, prevedibile occasione di promiscuità contagiosa.
In ogni caso nella capace borsa per gli attrezzi gli integralisti della categoria non mancano mai di tenere uno spray nasale salino disinfettante, le tovagliette imbevute d’alcol per pulire tavolinetti e accessori del bagno, qualche tavoletta sigillata iperproteica che consente di saltare il menù di linea (ritenuto non sufficientemente tranquillizzante), un cuscinetto gonfiabile che dispensa dall’uso di cuscini e copertine in dotazione e infine fazzoletti di lino al mentolo, un chiaro placebo ma sempre ben accetto.
Una volta atterrati, saranno i primi a schizzare sul corridoio per lasciare presto quella valle di virus. E qui magari, in un momento di debolezza, a contatto con la debilitata ressa verso l’uscita, potranno davvero trovare il bacillo che li possiederà.
Gian Luigi Paracchini