Beppe Severgnini, Corriere dlela Sera 23/12/2011, 23 dicembre 2011
DA CROZZA AI PETARDI, E’ LA PAROLA DELL’ANNO
Ampiezza, apertura, allargamento. Coperta, diffusione, distesa. Diffondere, disseminare, divaricare, spargersi. Spread vuol dire molte cose, molte delle quali ignote a chi pronuncia il vocabolo dell’anno, con un misto di fascino e timore superstizioso.
Oggi tutti sanno una cosa, ed è la cosa che conta: il misterioso spread misura la diversa affidabilità di Italia e Germania, la distanza tra il nostro debito pubblico e il loro. «Credit spread» indica infatti il differenziale tra il tasso di rischio di due titoli. Più è alto, più dobbiamo preoccuparci.
Il fenomeno verbale 2011 ha una data di nascita italiana: giovedì 5 agosto. Quel giorno — ricorda Massimo Mucchetti su Sette — «lo spread tra i nostri Btp decennali e i Bund di uguale durata s’inerpicò fino al 3,74%, superando per qualche ora il differenziale tra i Bonos spagnoli e gli equivalenti titoli di Stato tedeschi». Per l’Italia, con 400 miliardi di titoli di Stato in scadenza nel 2012/2013, voleva dire dover trovare 50-60 miliardi in più ogni anno, solo per rimborsare il debito. Per l’allora presidente del Consiglio questo non era un problema, poiché i ristoranti erano pieni. Per tutti gli altri, sì.
Fin qui la finanza e la politica. Ma la parola «spread» ha preso, quasi subito, un significato esoterico. I punti di spread hanno assunto, per i risparmiatori, la valenza psicologica delle linee di febbre per gli ipocondriaci o delle nuvole per i meteoropatici: la serenità affidata a una informazione bancaria, a un termometro, alle previsioni del tempo.
«Come va lo spread?». Un anno fa, molti italiani avrebbero pensato a una malattia della pelle. Oggi, spesso senza conoscere i particolari, sembriamo tutti consapevoli di una cosa: spread su, male; spread giù, bene. Una dinamica opposta a quella delle Borse, dove si festeggia la salita e ci si preoccupa in discesa. Ma il pubblico, quando c’è di mezzo il portafoglio, afferra rapidamente le novità.
«Spread» è una parola comune e duttile, come lasciano intendere i significati elencati all’inizio. «Cheese-spread» è il formaggio da spalmare e «bedspread» è il copriletto. «Spread» è anche il titolo di un film (2009) dove Ashton Kutcher smette di twittare e si spoglia, per la gioia di ammiratrici e ammiratori. In Italia, no. Resta una parola speciale, che s’innesta in una lunga tradizione nazionale: quando non vuoi far capire di cosa stai parlando, tira fuori qualcosa in inglese. Una volta, allo stesso scopo, si usava il latino, ci ricorda il Manzoni. Oggi abbiamo cambiato dizionario. Volete ignorare il «tutor» sulle autostrade e lo «spread» in banca? A vostro rischio e pericolo, signori.
«Halloween? Ieri un ragazzo ha terrorizzato tutti travestendosi da spread» ha raccontato il 1° novembre Maurizio Crozza, aprendo Ballarò. Sono passati solo due mesi, e il termine non è passato di moda. Durerà? Dovrà diventare un cocktail, un afrodisiaco, un ballo (Rock your body! Spread your mind!) prima che lo accantoniamo?
Difficile dirlo: di sicuro, a Natale è arrivato. A Napoli, dove la velocità di adattamento è uno sport competitivo, basta «bomba di Cavani» o «pallone di Bin Laden» per le novità tra i fuochi d’artificio. Quest’anno il botto-principe di San Silvestro si chiamerà «’o spread»: un razzo che sale a zig-zag, lasciando una lunga scia. Una rappresentazione pirotecnicamente e monetariamente impeccabile, probabilmente pericolosa. Sarebbe stato bello disegnare nel cielo, come amano fare i cinesi, anche immagini di Draghi. Ma quello è meglio lasciarlo a Francoforte, avranno pensato i realistici partenopei.
Beppe Severgnini