Varie, 28 dicembre 2011
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Valente Roberto
• Napoli 13 maggio 1972, Kabul (Afghanistan) 17 settembre 2009. Paracadutista • «[...] era sergente maggiore, quattro elogi e la croce d’argento conquistati per meriti sul campo ed anzianità di servizio. Un professionista lucido, sedici anni di missione vissuti nei teatri di guerra, era stato in Iraq, in Bosnia, in Albania. Ma la sua vita era a una svolta. “La felicità era dietro l’angolo dopo tanti sacrifici - racconta sua sorella Annarosa - Era arrivato Simone, che ora ha due anni, un bellissimo figlio dopo dieci anni di matrimonio. Roberto aveva ottenuto il trasferimento nel carcere militare di Caserta. Io e sua moglie gli abbiamo parlato al telefono con qualche angoscia, lui ha detto: ‘Ehi, devo tornare’”. Invece, quello che resta dei suoi pensieri è un sms. Le 3.44, ora locale di Dubai. “Tra un’ora parto per Kabul. Sto bene, Stefi. Bacia Simone. Vi amo”. Sette ore dopo, il boato, quei poveri corpi spazzati via. E a soccorrere Roberto c’è un altro soldato napoletano, sopravvissuto con lesioni a un braccio e all’orecchio, Ferdinando Buono. Proprio lui ha raccontato gli ultimi istanti di Roberto. “Era riverso a terra avanti a me, l’ho preso in braccio, l’ho trascinato via verso l’area di soccorso, ma era tardi. Non ho mai visto niente di simile”» (Conchita Sannino, “la Repubblica” 18/9/2009) • «Non gli piaceva la sua “fottuta vita di merda”. La amava. Roberto Valente, sergente maggiore, il parà cresciuto a Soccavo, periferia onesta e popolare di Napoli, per andare a morire a Kabul, lo ha lasciato scritto, e chissà se è stato un caso. “Auguro a tutti voi di avere la mia fottuta vita di merda”. Parlava poco il sergente maggiore, ma gli piaceva la gente. E scriveva. Alla moglie Stefania: “Mi manchi, mi manchi, donna della mia vita”. Al vecchio compagno di scuola che lo incitava, “tieni duro mi raccomando”: “Tu devi difendere gli altri, devi andare a fare del bene pure in mezzo al casino, sennò come fai a entrare nella divisa?”. Alla comitiva dell’ultima vacanza: “Tié. Tié a tutti quelli che pensano che non riusciremo a realizzare i nostri sogni, che non abbiamo la struttura per riuscirci”. Sotto, aveva allegato un disegno a matita, artistiche corna, indice e mignolo alti, una sorta di segnaletica per il rientro a Napoli. Uno sguardo lungo sulle cose, oltre che azzurro e malinconico - per le ragazze del quartiere somigliava all’attore Alessio Boni. Roberto ha lasciato i suoi pensieri su facebook o sulle lettere scritte alla moglie, all’amico Marco, ai numerosi amici, ai commilitoni, a uno zio. I suoi disordinati messaggi non fanno solo una vita, le ansie di un padre. Sono il diario di un soldato italiano. Ma bisogna partire dall’ultima pagina. Martedì 15 settembre, Napoli. Stefania è al lavoro, nell’ufficio che conduce con il suo “capo” e comune amico Marco Sergio, suo marito Roberto a casa. Lui a preparare le valigie per l’ultima missione, lei a “distrarsi” con la consulenza legale della “Lever up”. Alle 14.03 lei non resiste, stacca con il telefono, si collega al pc, scrive a Roberto. “Bertoooo, devi proprio partire? C’hai pensato?”. Nove minuti dopo, arriva la risposta che la zittisce. In napoletano. “M’anno mannato (sono stato inviato). Non ci pensare ora, amore. Torno presto e per sempre”. È il loro ultimo messaggio su quel computer. Nelle stesse ore Marco lo provoca sempre via facebook: “Guaglio’, fai buon viaggio e torna presto. Chi la sopporta sennò tua moglie?”. Poi è arrivato la viltà degli assassini, e il dolore. Poi bisogna andare a ritroso, scavare tra le bellissime foto del loro Simone o di loro tre insieme, per sentire parlare Roberto. Domenica 13 settembre. Da casa, ultimi giorni di licenza, Roberto scrive a una ventina di amici, invia loro gli scatti che riprendono il figlio di due anni al mare, nei boschi, di corsa sulla spiaggia. Aggiunge la didascalia: “L’unico senso della vita”. Partiva leggero, ogni volta, si sforza di raccontare Stefania. Sembra che non sappia cosa farsene di tanto affetto, del via vai di cordoglio né del suo metro e ottanta di altezza, se non c’è più Roberto accanto a lei a prendere le misure delle cose. “Mi martella un pensiero. Come faccio ad andare avanti da sola?”. Poi si rifugia tra gli oggetti che lui le portava dalle missioni. “Perfino un burqua”, sorride. Il 15 luglio, poche ore dopo l’assassinio di un altro soldato ucciso a Kabul, Alessandro Di Lisio, Roberto scrive dalla caserma dov’è di stanza a Livorno. “La nostra amicizia e il nostro dolore. Che lui resti sempre, anche a vegliare su di noi”. Da Napoli risponde Stefania, con la preghiera del paracadutista. “Berto, per te. Eterno, immenso Dio che creasti gli infiniti spazi e ne misurasti le profondità, guarda benigno a noi paracadutisti che nell’adempimento del dovere balzando dai nostri apparecchi, ci lanciamo nella vastità dei cieli...”. Era il soldato che credeva nella missione di pace. Era l’indiavolata gelosia verso Stefania, alta più di lui, “il mio amore”. Era la tristezza che montava quando un compagno cadeva, a pezzi o tutto intero, in qualunque posto del mondo. Ed era l’ansia di chi pensava al mutuo da pagare, e le spese di casa a stento arginabili con il doppio stipendio della missione, non una tombola, solo 2800 euro al mese. Il 29 giugno le scrive. “Mi manchi, da morire”. A quell’ora gli operai lavorano nella loro casa di Soccavo, il trasferimento in un ufficio a Caserta è ormai ratificato. Novembre, “prestissimo” dice lui. Dietro l’angolo. Dopo l’ultima missione. Con Stefania, lui usa anche il mezzo pretesto, “i soldi servono, lo vedi quante spese?”. Il 20 giugno, infatti, scrive a Marco: “Sto andando a pagare le tasse, i miei bollettini postali. Solo chiacchiere. Ma le banche e soprattutto le grandi società finanziarie dove sono e cosa stanno facendo in questo momento per la solidarietà alle famiglie?”. Il 13 maggio, compleanno e testamento. Arrivano auguri dai colleghi sparsi nei fronti di guerra, dagli amici. Lui accarezza come fa un soldato. “Se la mia vita non fosse una vita di merda, non sarebbe la stessa meravigliosa e dannata vita di merda che è e che amo profondamente, di cui vado profondamente fiero. Auguro a tutti una fottuta vita di merda come la mia”» (Conchita Sannino, la Repubblica 19/9/2009).