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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

PONTE SULLO STRETTO IL GRANDE SPRECO CHE NESSUNO FERMA

Spendere 8,5 miliardi per un’opera che perfino l’Ue ha tolto dalle sue priorità. Oppure pagare oltre 400 milioni di penali (se il Cipe non rigetterà il progetto definitivo) per restare con un modellino di ponte in plastica. Il rischio per le esangui casse dello Stato è questo. La porta per dire semplicemente “no” al Ponte sullo Stretto si stringe (ammesso che la si voglia imboccare davvero). La partita si gioca in queste ore. Intanto i costi continuano a correre.
“STIAMO STUDIANDO la pratica del Ponte sullo Stretto proprio in questi giorni. Stiamo valutando tutti gli elementi, ogni dettaglio. E nelle prossime settimane prenderemo una decisione. A gennaio il governo darà una risposta”. Il ministro Corra-do Passera pesa ogni virgola. Se per altri progetti contestati – leggi Tav e Terzo Valico – il governo Monti ha già dato il via libera, per il Ponte non è detto che si arrivi a un “sì”. Ce n’è abbastanza per mandare in fibrillazione i due fronti: da una parte ambientalisti, comitati, ma anche milioni di italiani contrari a un’opera che prosciugherebbe ancora le casse dello Stato. Dall’altra la Stretto di Messina spa (società pubblica di Anas, Rfi, Regione Sicilia e Regione Calabria) ed Eurolink (general contractor, capofila Impregilo) che dovrebbero gestire e realizzare l’opera.
“Per realizzare il Ponte bisogna mettere in conto oltre 8,5 miliardi (equivalenti a oltre mezzo punto di Pil), perché i costi sono aumentati esponenzialmente. Addirittura del 34 per cento in un anno”, ricorda Stefano Lenzi del Wwf. Ma il rischio è anche un altro: che le gru neanche si muovano e lo Stato debba sborsare centinaia di milioni”.
Ma quando sono previste le penali d’oro? Guido Signorino, professore di Economia applicata all’Università di Messina, ha studiato a fondo la questione: “In una lettera del 2005 l’amministratore delegato della Ponte di Messina spa, Pietro Ciucci, sosteneva che non erano dovute fino all’approvazione del progetto definitivo da parte del Cipe”. Altra scadenza vicina: la decisione del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica dovrebbe arrivare nelle prossime settimane. Fino ad allora nulla è dovuto. Tutto chiaro? Mica tanto.
C’È CANNITELLO, un paesi-no dove, senza clamori, sono stati avviati i lavori per una variante ferroviaria: “É un’opera di recupero della linea calabrese che non ha legami con il Ponte”, spiega Signorino. Però nel 2009 ecco la sorpresa: “La variante di Cannitello è passata sotto il controllo della Stretto di Messina spa ed è stata definita “funzionale” al Ponte”. Signorino non ha dubbi: “Non può essere considerata come avvio dei lavori”. Chissà che, però, qualcuno non si giochi anche questa carta.
Italia Nostra, Wwf, Legambiente e Man (con l’appoggio di parlamentari del centrosinistra e del Terzo Polo) hanno chiesto al governo che il Cipe non approvi il progetto definitivo e lanciano un allarme: “La Valutazione di Impatto Ambientale non tiene conto di modifiche essenziali compiute sul progetto”. Quali? “Tra l’altro sono stati alzati i piloni che ora arrivano a 400 metri. È stato cambiato l’orientamento della struttura. Per non dire della localizzazione mutata della stazione di Messina”, spiega Anna Giordano del Wwf. Ma l’elenco delle “falle” sarebbe interminabile: “Non vengono rispettate le prescrizioni paesaggistiche, ci sono dubbi sulle misure di salvaguardia di aree a rischio idrogeologico”. Ancora: “Non c’è il Piano Economico Finanziario”. Ma soprattutto: “Sono carenti perfino le descrizioni in materia geologica e sismica, e stiamo parlando di una delle aree a più elevato rischio del Mediterraneo”.
ANCOR PRIMA di poggiare un solo mattone il Ponte si è succhiato un bel po’ di soldi. Come ricordava l’allora senatrice Anna Donati (centrosinistra) in un’interrogazione del 2006: “Alla voce emolumenti e gettoni di presenza per gli amministratori nel 2006 erano segnati 1,6 milioni di euro, più 200 per cento rispetto al 2002”. Per non dire dei “6.590.000 euro spesi nel 2006 per gli stipendi dei 102 dipendenti”. Certo, poi l’organico fu ridotto, quando il governo Prodi sembrò rimettere in soffitta l’opera, ma di recente si è parlato di una cinquantina di nuove assunzioni. Per non dire degli stipendi dei vertici della società Stretto di Messina spa (Anas, Rfi, Regione Sicilia e Regione Calabria) che, secondo l’interrogazione di Donati, sfioravano i 700 mila euro l’anno (Pietro Ciucci, ha seduto contemporaneamente sulla poltrona di numero uno dell’Anas, della Stretto di Sicilia mentre era anche commissario governativo per la realizzazione dell’opera). Ciliegina sulla torta: le spese pubblicitarie e di propaganda arrivate in alcuni anni a 1,5 milioni. Tanti punti da chiarire che dovrebbero far riflettere molto per un progetto che vale più del taglio delle pensioni. Chissà se sono riportati nel fascicolo in mano a Monti e Passera.