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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

IL CRONISTA RUVIDO RIMASTO LEGATO AI MONTI

Come tutti ricordano in queste ore, Giorgio Bocca è stato un grande giornalista e uno straordinario cronista nell’Italia del dopoguerra. Per certi aspetti è stato unico, non paragonabile ad altri che pure hanno scritto pagine memorabili negli stessi anni o subito dopo. Cosa lo rendeva non più grande degli altri, ma appunto unico nella sua dimensione professionale? Credo che sia stata l’impronta politica ricevuta dal Partito d’Azione, lui giovane uscito dal fascismo e approdato alle formazioni di Giustizia e Libertà. La partecipazione alla Resistenza si rivelò per Bocca una scelta insieme morale, estetica, militare e appunto politica. Mai uno schema ideologico. Per cui egli non fu mai comunista, né socialista e nemmeno liberale: fu appunto un azionista e tale rimase per il resto della sua vita. Stefano Folli
Nella nostalgia con cui riandava al periodo trascorso in montagna c’era il rimpianto per quel momento etico irripetibile e anche l’insofferenza per un’Italia che inevitabilmente, nel dopoguerra, fu ricostruita in modo diverso da come vagheggiavano quei giovani ardimentosi. Ma se i comunisti, compagni di strada nella guerriglia antitedesca e antifascista, si adattarono ben presto, e con il dovuto cinismo, al realismo postbellico, i personaggi alla Bocca, gli azionisti puri, non accettarono mai di venire a patti con un mondo sgradito, appannato, poco eroico. Si adattorono a vivervi, ricercando il successo: e magari a combatterlo con la penna. Bocca meglio di altri, talvolta facendo sentire al lettore una buona dose dell’originaria insofferenza verso stili di vita, privilegi, gerarchie politiche ed economiche. Di qui la leggenda dell’"anti-italiano". Che non è solo il titolo della sua storica rubrica sull’Espresso, ma è uno stato d’animo, un modo di pensare, un’attitudine culturale. Prima di Bocca furono "anti-italiani" i delusi del Risorgimento, fino a Gobetti; insieme e accanto a Bocca sono stati "anti-italiani" i tanti delusi della Resistenza. Molti di loro erano piemontesi, perché in quella regione mise radici un ceppo vigoroso dell’azionismo, destinato a entrare in infinite polemiche nei decenni successivi. Come si capisce, essere "anti-italiano" in questo caso significa amare un’Italia ideale, moralmente ineccepibile, non corrotta dalla cattiva politica; rifiutando al tempo stesso l’Italia com’è, vista nel suo declino o nel suo degrado, vero o supposto. "Arcitaliani" contro "antitaliani". È un vecchio tema che ha accompagnato la storia del Novecento e che tuttora divide gli animi, come testimoniano, fra l’altro, i quasi diciotto anni di Berlusconi e le lacerazioni che ne sono derivate. Bocca aveva scelto da che parte stare dopo l’8 settembre del ’43 a da allora ha raccontato la storia e la cronaca con gli occhiali dell’azionista. Il che non lo ha messo al riparo da errori, contraddizioni e qualche confusione. Ma nessuno può negare che la sua vita umana e professionale sia trascorsa nel segno di una grande onestà intellettuale. Uomo ruvido, è stato detto. Straordinario osservatore del costume e della politica che si fingeva "provinciale" per meglio colpire il potere, come ha scritto Francesco Cevasco sul Corriere della Sera online. Si potrebbe aggiungere che Bocca credeva talmente nei propri valori morali da restare legato a una visione anche mitologica della Resistenza, come si è visto nell’asprezza degli attacchi, spesso ingiusti o intolleranti, da lui mossi al "revisionista" Giampaolo Pansa. Tutto questo ha fatto di lui nel tempo un autentico, originale individualista. Potremmo dire un combattente solitario che in un certo senso non era mai disceso dalle sue montagne dopo il ’45. Nel solco forse di un Mario Borsa, azionista tanto più anziano di Bocca ed effimero direttore del Corriere della Sera post-resistenziale. Tra i suoi amici fraterni, non molti, al primo posto va naturalmente annoverato Eugenio Scalfari. Ed è logico che Bocca sia stato, proprio con Scalfari, uno dei fondatori di Repubblica alla metà degli anni Settanta: quel giornale riprendeva, come è noto, la formula innovatrice del Giorno di Baldacci, la testata che negli anni 50 aveva reso famoso il giovane giornalista di Cuneo e le sue inchieste abrasive sull’Italia che si affacciava al miracolo economico. L’azionista Bocca fu un innovatore della professione: nella cifra stilistica, nell’approccio alle notizie, nel commento diretto e anti-retorico. A lui si sono poi ispirati negli anni molti colleghi più giovani, tanto che oggi quel piglio è entrato un po’ nell’uso corrente (il piglio, ma in molti casi non la sostanza degli articoli). Peraltro bisogna immaginare quanto lo stile di Bocca abbia contribuito a svecchiare il giornalismo e la saggistica di 50 e più anni fa. E quanto di quell’impeto fosse figlio dell’esperienza e della matrice azioniste. Lo troveremo anche nei suoi libri, a cominciare dalla biografia di Togliatti che tanto poco piacque al Pci di allora. Questa è una delle chiavi essenziali per comprendere il personaggio Bocca. Diverso dai Montanelli e da altri grandi giornalisti figli di una cultura del tutto differente. Per esempio, non c’era nulla di Prezzolini in Giorgio Bocca (e citando Prezzolini si parla di un altro "antitaliano", ma appartenente a un universo opposto). Di sicuro è oggi stucchevole rievocare per l’ennesima volta la sua giovanile militanza fascista. Come ha scritto Flores d’Arcais, quel che conta è la fuoriuscita dal fascismo (cioè dall’unico orizzonte conosciuto fino ad allora) di un giovane che decide di mettere in gioco la sua vita. E che da allora in poi vive per quello in cui crede, senza nemmeno prendersi troppo sul serio. Fino a riconoscere persino certe cantonate (l’iniziale infatuazione per la Lega). Non è da tutti, specie nel giornalismo.