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 2011  dicembre 24 Sabato calendario

IL GENIO SI VEDE DAI TITOLI



Per questo Natale fatevi due regali. Primo. Correte al cinema – se già non l’avete fatto – a vedere il mirabolante The Artist, un capolavoro in bianco e nero che fa il verso al cinema muto, essendo sì un film muto, tutto dentro un’estetica del passato ma rimanendo un’opera d’arte tipicamente contemporanea (e senza scomodare nemmeno la categoria del postmoderno). Ecco: fin dai titoli di testa, lo strepitoso film di Michel Hazanavicius "evoca" l’atmosfera del cinema americano degli anni tra i Venti e i Trenta; sfondo grigio, un lettering sobrio o anche, come in questo caso, abbastanza squillante (con lettere molto arrotondate e inclinate anche nel maiuscolo): nulla più. Il film vero e proprio, infatti, iniziava al primo fotogramma, tanto che spesso i sipari dei cinema venivano tenuti abbassati mentre scorrevano questi scarni titoli: il pubblico poteva ancora mangiare un po’ di popcorn in sante pace.
Fu Otto «The Terrible» Preminger a cambiare per sempre le cose. Nel 1955, all’uscita di The Man With The Golden Arm mandò una letterina a tutti gli esercenti, raccomandando i sipari ben alzati fin dall’inizio della bobina. Era l’America del Dopoguerra, una nazione vincitrice e sicura di sé: la modernità annunciata a più riprese era ormai arrivata e stabile, il futuro era radioso. Il boom era dappertutto, palpabile e ben presente. Anche... nei titoli di testa dei film.
Infatti, Preminger, il mastino Preminger, aveva deciso di rivolgersi, per pensare a quei titoli di testa, al miglior grafico in circolazione, il fantasioso Saul Bass. La storia di questo autentico genio della grafica è, in fondo, simile a quella di molti altri del miglior Novecento. Famiglia proveniente da un oscuro shtetl russo, emigrata in America a far fortuna, la seconda generazione, matrice europea e atmosfera creativa americana, sfonda. Lega, ovviamente, con il meglio dell’Europa adulta che in America è andata per varie ragioni. I nomi di Lustig, Sutnar, Kepes, Moholy-Nagy, e, per altri versi, Lubitsch o lo stesso Preminger raccontano la medesima vicenda.
Insomma, Saul Bass convince Preminger a fare dei titoli di testa parte integrante e decisiva del film. La grafica è pensata unitariamente. Bass produce le locandine, i manifesti per le sale di diversi formati, le pubblicità per i giornali, persino la carta intestata del film per produzione e regista. L’idea-base, quella mano stilizzata che cala dall’alto è un’icona molto potente, persino più delle facce dei divi, e sì che c’erano Frank Sinatra e Kim Novak. Nasce così un nuovo modo di pensare e vedere i titoli dei film e un nuovo modo di intendere la grafica. Che avrà ripercussioni nei decenni a venire. La grafica di Saul Bass, infatti, ancora oggi è premiante e vincente, basata su una concezione dello spazio, della geometria, del rapporto tra lettere e bianco che, a oltre cinquanta anni di distanza, è coerente e perfettamente calzante. Per quell’epoca, forse, è addirittura troppo avanti.
Il cinema coglie subito l’opportunità. E così Saul Bass disegnerà la grafica di una serie di film, uno più importante dell’altro, lasciando una traccia indelebile del suo lavoro. Per dire: in pochi anni "azzecca" sequenze di titoli memorabili in Anatomia di un omicidio (Preminger, 1959): un cadavere diviso in più parti e poi i pezzi che finiscono fuori e dentro lo schermo, seguendo il ritmo della colonna sonora jazz scritta Duke Ellington (!) solo per quella sequenza; l’immortale Vertigo (La donna che visse due volte, 1958), inizio della collaborazione con Hitchcok. Col quale realizzerà ancora, scusate se è poco, i titoli di Intrigo internazionale (1959) e, celeberrimo, Psyco (1960). (Bass disegnerà anche la sequenza dell’omicidio nella doccia, una delle più note della storia del cinema). E poi Kubrick con Spartacus (1960) e via, un capolavoro dietro l’altro. Per me la più incredibile sono i sei minuti di titoli di coda de Il giro del mondo in 80 giorni (1956), che riassumono e sbeffeggiano le tre ore precedenti di narrazione in un cartone animato eccezionale (ricordarsi che i computer all’epoca non c’erano, si faceva tutto a mano); ma come dimenticare il sodalizio con Martin Scorsese e i risultati raggiunti con Goodfellas, Cape Fear, Casinò o L’età dell’innocenza?
Ma la sua opera, compiuta anche con la moglie Elaine, compagna di vita e creatività, ovviamente si sposta in diversi ambiti: dalle copertine di dischi (Sinatra), alla grafica pubblicitaria, dai poster fino all’elaborazione di loghi commerciali per grandi aziende. Ne ha fatti di bellissimi e durevoli, tanto buoni che a decenni di distanza non sono mutati o hanno subito solo leggeri ritocchi. Da United Airlines a Minolta, da Bell ad AT&T, l’America visualizzata è passata per le mani di questo visionario, che ha colto alla perfezione la lezione della grafica costruttivista di fondazione europea e l’ha resa indispensabile nella più americana delle arti, il cinema. Se oggi un film che non abbia buoni titoli parte già con un handicap notevole, molta della "colpa" è sua.
Va bene, insomma, avete capito: siamo di fronte a un gigante, come dice Martin Scorsese nella prefazione di un libro magnifico, annunciato almeno sei anni fa e che ora finalmente è uscito. Un libro che ci fa capire quale sia il valore unico dei «manufatti cartacei» quando sono di così alta qualità e interesse. Si tratta di Saul Bass: A Life in Film & Design (Laurence King, pagg. 440, oltre 1.150 illustrazioni, £ 49,00) che la figlia Jennifer Bass e Pat Kirkham hanno dedicato, primo (e definitivo libro), all’opera di Saul.
Per chi ancora non l’avesse capito, ecco il secondo, perfetto, regalo per questo Natale. Entrate in una libreria – se è di quelle buone, magari indipendenti, con librai seri, ce l’hanno già, anche da queste parti; altrimenti ordinatelo e abbiate fiducia – e compratevelo. Iniziate a sfogliarlo, godetevelo e sognate. Poi andrete a rivedere i film, ossessivamente su Internet a caccia di tutte le sequenze... Attenzione: genera dipendenza. E poi non dite che non vi abbiamo avvisato.