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 2011  dicembre 27 Martedì calendario

LE MIE GUERRE CON GIORGIO BOCCA LA PIÙ MEMORABILE DELLE CAROGNE

Nessunuomo èun padreterno.Tanto meno lo siamo noi giornalisti. Chi scrive per la carta stampata, soprattutto per quella che deve andare in edicola ogni giorno, è fatalmente indotto a sbagliare. Lavoriamo in fretta, spesso con l’unica risorsa dell’intuito e dell’esperienza. E la nostra condanna è di dover narrare e spiegare faccende complesse che non conosciamo a fondo. Non era un padreterno e, dunque, poteva sbagliare anche Giorgio Bocca, il giornalista scomparso il giorno di Natale, all’età di 91 anni. Bocca era di certo un grande del nostro mestiere. Aveva il carattere giusto per restare sul campo tanti decenni. Giusto nel senso che possedeva un carattere duro, spesso cattivo, talvolta da carogna. Del giudizio degli altri non gli importava nulla. Aveva un orgoglio smisurato delle proprie capacità. Non era incline al servilismo e alla retorica. E non credo che avrebbe accettato l’ondata di piaggeria che sta montando su di lui in queste ore. Giorgio piaceva anche perché era un duro sempre pronto a giocare da duro. Quando cominciai a leggerlo, prima sull’Europeo e poi sul Giorno, avevo diciotto anni e stavo ancora al liceo. Desideravo fare il giornalista e Bocca fu uno dei miei maestri indiretti. Mi immergevo nei suoi articoli una, due, tre volte. Sempre con la biro in mano. Prendevo appunti per imparare come si poteva costruire un buon pezzo. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta. Nei giornali era l’epoca che vedeva il trionfo dell’inviato speciale. Un Superman del giornalismo che i direttori spedivano in giro per il mondo a raccontare quanto stava accadendo. Spettava a lui descrivere le guerre, le crisi politiche in Paesi lontani, i processi celebri, la vita e la morte di personaggi entrati nella storia o nella cronaca pesante. Oggi quel tempo è finito. La giungla televisiva e il far west di internet hanno cancellato la figura dell’inviato. I pochi che resistono lavorano poco, sopraffatti dagli opinionisti e dagli assemblatori di notizie. Bocca ha resistito a questo passaggio d’epoca. Nel momento della sua scomparsa è giusto domandarsi il perché. Una risposta ce l’ho. E proverò a offrirla ai lettori di Libero. Bocca è stato in grado di durare per così tanto tempo perché non gli importava nulla di sbagliare. E quando si rendeva conto di aver commesso un errore se ne fregava. Si guardava bene dall’ammetterlo. Anzi, continuava a sostenere di aver ragione. Soltanto molto dopo si mostrava disponibile a fare un’auto - critica, sempre assai parziale. Accadde così all’alba del terrorismo di sinistra. Eravamo agli inizi degli anni Settanta. Io avevo lasciato Il Giorno di Italo Pietra per ritornare alla Stampa guidata da Alberto Ronchey. Da quel momentoci ritrovammo su trincee opposte. Mentre osservavo preoccupato la nascita di un movimento armato clandestino, Giorgio rifiutava di accettare questa realtà. Compiacere i tifosi Perché si comportava così? L’unica spiegazione che mi sono dato era di una semplicità che molti dei tifosi di Bocca rifiuterebbero, sdegnati, ancora oggi. Bocca sapeva di avere un pubblico di lettori quasi tutti collocati a sinistra e spesso in quella più radicale. Non voleva perderlo raccontando una verità che a loro non piaceva per niente. A ripensarci, si comportava come il capo di un partito che si curi soltanto della propria bottega elettorale. Il nostro primo conflitto, lui il maestro e io l’allievo, emerse proprio in quel tempo. Giorgio sosteneva che le Br non esistevano, erano soltanto una invenzione dell’Ufficio affari riservati, la sezione più segreta del ministero dell’Interno. Quando un magistrato, Guido Viola, scoprì a Milano i primi covi delle Br, Giorgio scrisse che li aveva allestiti l’uffi - cio politico della questura, ossia il dottor Antonino Allegra e il commissario Luigi Calabresi. Soltanto anni dopo, in qualche articolo e nel libro intervista scritto con Walter Tobagi, Bocca ammise di aver sbagliato. Qui rammenterò una sua autocritica, del 1985: «Bisogna ammettere che abbiamo preso una bella cantonata. Noi siamo andati avanti per degli anni a dire che c’era soltanto il terrorismo nero. E su questo terrorismo rosso siamo stati molto reticenti». Ma ormai il peggio era stato fatto e non aveva rimedio. Giorgio era influente anche quando sbroccava. Il coro amorevole dei giornali di sinistra, prima fra tutti l’Unità, lo rendeva strapotente. Chi non si accodava non aveva vita facile. Furono gli anni della divisione tra i giornalisti. Qualche amicizia finì, a cominciare dalla mia con Bocca. Emerse il livore. I dissenzienti venivano bollati come spie della questura: toccò anche a me. Oppure erano dei velinari pagati dai servizi segreti. Gentaglia che si era venduta ai magistrati dell’an - titerrorismo. In caso contrario, erano soltanto poveri coglioni che non stavano agli ordini del grande Giorgio. Eravamo due piemontesi destinati a scontrarsi. Giorgio era uncuneese ferrigno, tutto ilcontrario di quelli effigiati nelle barzellette. Io venivo da una terra, il Monferrato, che si fa vanto di un vecchio detto: ogni due monferrini, tre fanno i ladri e il quarto è un assassino. Pur lavorando nello stesso giornale, la Repubblica di Eugenio Scalfari, eravamo tutto tranne che amici. Non ho idea se lui mi abbia considerato un suo pari grado. Penso proprio di no. Anche perché, a dividerci c’erano troppe cose. Bocca ammirava Silvio Berlusconi e io no. Aveva lavorato per lui, mentre io mi ero rifiutato di farlo, rinunciando al cospicuo premio d’ingaggio che mi veniva offerto. Mostrava una gran passione per la Lega di Umberto Bossi e a me il Senatur non piaceva. Considerava Carlo De Benedetti un comunista e a me sembrava una etichetta folle. Odiava tutti i giornalisti che gli facevano ombra, a cominciare da Oriana Fallaci e io lo giudicavo un astio irragionevole. Per la verità, tra loro i grandi inviati speciali non potevano mai soffrirsi. Me ne resi conto all’inizio della professione. Era l’ottobre del 1963, quando ci fu la strage del Vajont. Più di duemila morti per la caduta di un pezzo del monte Toc nell’invaso di una diga. Andai a Longarone per la Stampa di Giulio De Benedetti. Era il mio primo servizio importante, accanto a giornalisti di rango. Vidi come si azzuffavano le squadre dei diversi quotidiani. Giorgio era il numero uno del team del Giorno. Il pattuglione del Corriere della sera era capeggiato da Alberto Cavallari. Non si sopportavano. I litigi erano continui. Una sera, all’Hotel Cappello di Belluno, la rissa esplose. Bocca lanciò una bistecca contro Cavallari. Lo mancò per un pelo. Avevo 28 anni e rimasi allibito. Schierato con Silvio Sul finire del 1989, quando Berlusconi cercò di mangiarsi Repubblica, Bocca si schierò con il Cavaliere. Cercava di dividere la redazione, dicendo a tutti: smettiamola di difendere Eugenio, Carlo Caracciolo e quel comunista dell’Ingegnere. Sono soltanto dei miliardari tirchi, se ci mettiamo con Silvio faremo la nostra fortuna. Poi Andreotti e Craxi trovarono la soluzione del problema. Il gruppo Espresso rimase a De Benedetti. Scalfari seguitò a dirigere Repubblica. E Giorgio? Bello come il sole, giurò eterna fedeltà a Eugenio. Barbapapà lo perdonò e Bocca riprese a fare come gli pareva e piaceva. Tra noi lo scontro più aspro s’iniziò dopo l’uscita del mio Sangue dei vinti, il libro che raccontava quanto era successo dopo il 25 aprile 1945 e le tante vendette compiute soprattutto dai partigiani comunisti sui fascisti sconfitti. Una catena infinita di uccisioni, di torture, di stupri, di persecuzioni odiose, attuate contro i civili che si erano schierati con la Repubblica sociale. Per noi due, l’autunno del 2003 fu una stagione di guerra. Aizzata da tipi sinistricomeSandro Curzi, allora direttore di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista. Curzi, «il compagno Kojac», non sopportava il mio racconto della guerra civile. E aveva trovato in Bocca, che pure non era mai stato vicino al Pci, un ariete da mandarmi addosso per farmi crollare. Non ci riuscì, ma soprattutto Curzi non comprese che stava lavorando per me. E mi regalava una grande occasione. Tuttavia, grazie anche a Bocca, sperimentai quella che in seguito qualcuno avrebbe chiamato la Macchina del fango. Venni accusato di ogni reato possibile. A cominciare da quello di aver scritto il Sangue dei vinti per arruffianarmi Berlusconi, in quel momento presidente del Consiglio.