Carlo Moretti, la Repubblica 27/12/2011, 27 dicembre 2011
LA FABBRICA DEGLI HIT COME COSTRUIRE A TAVOLINO LA CANZONE PERFETTA
«La canzone perfetta non esiste, però può diventare un’ossessione» dice Butch Vig, il cui nome compare tra i cinque candidati ai Grammy Award 2011 come miglior produttore musicale. Quest’anno Vig ha firmato l’album dei Foo Fighters Wasting light ma esattamente vent’anni fa metteva il suo sigillo artistico su Nevermind dei Nirvana, disco-manifesto del movimento grunge. Con i Garbage, Vig ha segnato il rock all’inizio del nuovo millennio, insomma, è uno che se ne intende: «Non c’è separazione netta tra la figura di un musicista e quella di un produttore: diciamo che io sono un musicista che si diverte a produrre dischi».
Qualche volta l’alchimia accade, il brano musicale arriva dritto al cuore della gente e schizza direttamente al primo posto in classifica. Ma chi pensa che tutto questo sia soltanto il risultato di un’operazione di alto artigianato si sbaglia di grosso: sempre più spesso si tratta del risultato di un lavoro d’équipe, di una vera e propria industria del successo, un "prodotto" concepito a tavolino e realizzato con tempi e modi codificati, di cui si possono persino prevedere i costi.
Se dietro ai Nirvana e ai Foo Fighters c’è Butch Vig, il successo di Christina Aguilera e Lily Allen, come quello di Adele e della compianta Amy Winehouse, si deve a un chitarrista di origini anglo-russe, Mark Ronson, che pure aveva tentato una sua personale via al successo. E se a Pharrell Williams, prima che si imbarcasse con Chad Hugo nell’avventura dei Neptunes, si deve la scrittura di molti pezzi portati al successo da Britney Spears e Usher, dagli *N’Sync e Justine Timberlake, si deve invece al sogno di successo (per il momento infranto) di due fratelli delle isole Vergini, Theron e Timothy, noti come Rock city, il tocco soul che ha portato in classifica Mario, Eve e Iyaz.
Anche il successo di Rihanna si deve alla variegata industria delle hit. Lei ci mette le sue forme, oltre che la sua voce e la sua faccia, ma le sue canzoni nascono anche un anno prima della loro pubblicazione all’interno dei campus di scrittura organizzati a Los Angeles dalla Def Jam, la sua etichetta discografica. Anche per i brani di Talk that talk, uscito in questi giorni, la convocazione è arrivata all’indirizzo dei miglior songwriter pop d’America, una quarantina di artisti riuniti nei migliori studi di registrazione della città per due settimane. «È come giocare in una squadra di all stars» ha osservato Ray Daniels, uno dei partecipanti al campus.
E’ stato calcolato che per scrivere una canzone di successo si arriva a spendere intorno ai 70 mila dollari. E non conta notare che il testo di una canzone, se scritto da un autore ben ispirato, può richiedere una manciata di minuti: in un campus di questo tipo vengono affittati anche 10 studi di registrazione per volta, il che significa altri 25 mila dollari di spesa, per far incrociare, scontrare, esplodere, o magicamente far combaciare parole e musica. Al termine delle due settimane, dopo quasi un milione di dollari di spesa, il risultato è un album di almeno dieci canzoni, ovviamente con Rihanna come ultimo giudice nella scelta dei brani a lei più congeniali.
Il campus è una buona soluzione anche agli occhi degli Amplifetes, la band svedese che riunisce un gruppo di autori e produttori di successo al lavoro per Madonna, Britney Spears e Kilye Minogue. «Non ho mai lavorato in questo modo, non penso faccia per me» osserva Henrik Jonback, autore di Toxic per Britney Spears. «In qualche modo abbiamo cominciato a farlo ora come Amplifetes». Detto da una band che per il primo album ha lavorato solo via Internet è un grande passo in avanti».